Limonov contro Putin - 2000 & 2005

Limonov contro Putin - Publicato a Mosca - 2006
2010 - Con 5 altri testi di Limonov.

  Parte del libro, tradotto in italiano, in 2010. 

RUSSIAN ATTACK - Antologia di racconti russi.

 

6 testi di Limonov :

 

- Coca-cola generation & unemployed leader

- La Tana e la Patria

- Russian Psycho

- Accuse contre Putin

- Estraneo e Malvagio

- L'età dei profeti

 

   

 

                       ESTRANEO E MALVAGIO

Traduzione : Marco Dinelli



La stesura di questo ritratto di Putin risale al 2000, poco tempo dopo la sua elezione a presidente.


Estraneo



Il capo ideale non è soltanto capo dello Stato, è il primo uomo della nazione da cui prendere esempio. Josif Stalin, con la sua pipa, i baffi, gli stivali, la giubba di foggia militaresca, con le sue maniere insinuanti, i suoi modi non frettolosi, con la sua forte inflessione georgiana (spesso un’inflessione nella pronuncia conferisce alle frasi un senso nascosto, capovolto) dava un assetto a tutti i Paesi dell’URSS: li disciplinava e li spaventava stringendoli nella morsa del terrore. Davvero, in un leader tutto è importante, dalla forma delle unghie ai bottoni, e niente è casuale. Anche se la storia non menziona gli image makers di Mussolini, Stalin o Hitler, in realtà questi grandi caratteri hanno elaborato da soli il proprio stile o, come si dice oggi, la propria immagine. Erano semplicemente degli originali di natura.



Anche se Eltsin verrà sempre associato dalla Storia alla schiera dei cattivi capi del popolo, aveva comunque un carattere ben riconoscibile, di chiara derivazione popolare. Il suo comportamento da ubriaco fuori di testa, il suo dispotismo incontrollabile, la sua rudezza di alto dignitario del Partito, visti col senno del poi non erano privi di un certo fascino. Talvolta si sente la mancanza della sua presenza malefica nell’ambiente asettico del governo di Putin. Dopo aver compiuto l’ultimo atto da despota, quando cioè ha messo uno sconosciuto (Putin) al potere, Eltsin è uscito di scena, e ora starà da qualche parte, in una delle sue dacie, a gemere e sputacchiare, scatarrare e ubriacarsi. Cosa faccia attualmente non ci è dato saperlo. Putin invece è molto atipico per la Russia. Come se fosse stato sintetizzato in laboratorio. Si ha come l’impressione che sia venuto al mondo in seguito a un’inseminazione artificiale, da un padre ignoto e una madre fertile. In lui c’è così poco di individuale ma, stranamente, non ha nulla del tipo popolare. Non rappresenta nessuno degli archetipi popolari a noi conosciuti. È evidente che non si tratta del despota-dignitario del Partito, certamente non è il tipo dell’operaio e, chiaramente, neppure quello del contadino. È stato tenente colonnello ma non assomiglia a un ufficiale. Il tipo dell’ufficiale era quello incarnato da Lebed’ e Rochlin, Šamanov o Trošev. Putin potrebbe passare per un intellettuale, un professore non universitario, di un istituto tecnico, un insegnante di una materia come la chimica, per esempio. Ma così com’è, a sé stante, estraneo, tra i professori sarebbe un rinnegato e un reietto. Lo chiamerebbero sicuramente «l’uomo nell’astuccio» oppure «cartasuga» ed eviterebbero di frequentarlo.



Certo, Putin è giunto alla leadership dello Stato per una casualità che ha dell’inaudito. Senza l’ultimo atto di dispotismo incontrollabile di Eltsin, Putin, così com’è, a sé stante, estraneo, non sarebbe mai stato eletto. La sorte, in questa occasione, gli ha tenuto bordone. Tanto per cominciare, Putin, ufficiale fallito dei servizi segreti all’estero ormai a riposo, è stato recuperato dal filoccidentale Sobčak, sindaco di San Pietroburgo, che l’ha assunto nel suo staff. E qui Putin ha dimostrato il suo talento di uomo-fermacarte, di uomo-cartellina. Quanto lui adorasse il lavoro d’ufficio lo si è potuto vedere in seguito, nei primi mesi del suo mandato di primo ministro, quando si è reso accessibile al nostro sguardo quotidiano attraverso la televisione. Lo si è potuto vedere dalla delicatezza con cui teneva la sua cartellina, stretta al fianco o addirittura al petto. Più tardi la cartellina sarebbe scomparsa, ma a quel punto ci era già tutto chiaro.



Il valore principale di Putin consiste nella sua capacità esecutiva di burocrate. In Russia, Paese pieno di gente disorganizzata, impulsiva e inaffidabile, i burocrati sono una ricchezza. È questo il motivo per cui dopo il fallimento della carriera di Sobčak Putin è stato immediamente riciclato da Pal Palyč Borodin: tipi così, con le cartelline, bisogna tenerseli stretti. In più Putin, che non beveva, non fumava e non amava fare la sauna in compagnia di maschi «alcolicizzati», in mezzo a una folla di dirigenti rotti a qualsiasi vizio doveva apparire come una specie di superuomo. Tramite Borodin Putin è arrivato a Eltsin. Ha cominciato a lavorare per il presidente. E alla fine Eltsin, già vecchio, ha scelto proprio lui, l'uomo-cartella, come erede al trono. Ha scelto il suo esatto opposto proprio per le qualità che nello stesso Eltsin, il despota incontrollabile, erano totalmente assenti. Così ora siamo governati da un uomo-cartellina, da una specie di scialba segretaria.



Nel nuovo presidente della Russia si avverte un non so che di femminilmente triste. O, per meglio dire, l’insufficienza della componente maschile. A differenza di Eltsin, vecchio stallone che solo la vodka teneva lontano dalle donne, V.V. Putin è un tipo completamente asessuato, privo di sensualità. Nonostante le sue frasi minacciose sui terroristi da scovare e far fuori nei cessi, l’impressione che dà è quella di essere timido come una ragazzina. A formare tale impressione, oltre all’aspetto esile, contribuisce anche la voce. Né ruggiti da macho come quelli di Eltsin o di Lebed’, né, per dire, la vischiosità vellutata di uno Julio Iglesias. Qualunque cosa dica la sua voce è sempre uniforme, straniata, acuta, priva di emozioni. Soltanto le ripetizioni retoriche (alla Kirienko) e i toni sopra le righe ravvivano un po’ il suo eloquio. Alla televisione Putin non manifesta alcun interesse per le donne. È sterilmente impassibile. Certo, trattandosi di un capo di Stato non ci si può aspettare che si metta a correr dietro a ogni gonna davanti alle telecamere. Però avrebbe già dovuto da tempo tradire un sorriso particolare o l’indugiare di uno sguardo. Avrebbe dovuto mostrare un qualche interesse. No, certo, non verso Valentina Matvienko, ma almeno verso qualche avvenente comparsa presente a uno dei tanti ricevimenti, o durante una delle sue sciate. Qualcosa sarebbe dovuto trapelare. L’intimorito Clinton, ancora oggi, in presenza di una gonnella si ringalluzzisce all’istante, lo si vede dal luccichio del naso e degli occhi, lo si vede dai gesti. A Putin non capita nulla di tutto ciò. Persino gli sci lo entusiasmano più delle donne. L’otto marzo, trovandosi nella cittadina di Ivanovo, attorniato dai corpi pachidermici di signore benemerite da cento chili l’una, Putin pareva un ragazzino, umanamente toccato dall’attenzione di quelle creature, commosso a tal punto da mettersi a parlare di una cosa privata come la sua andatura ondeggiante. Ma anche in una scena come quella, nonostante in secondo piano balenassero altre creature, non di cento chili e dotate di un indubbio sex-appeal, non c’era ombra di sesso. Con la sua voce flebile, col suo essere fuori dal comune, impassibile e incapace di esprimere emozioni (anche quando vorrebbe dare l’impressione di esprimerle), Putin, l’esile biondino, non può certo rappresentare un modello (come lo sono stati invece Mussolini, Stalin o Churchill per il loro tempo) per la società russa. In Russia gli operai hanno il loro modello, gli intellettuali hanno Javlinskij, e tra i funzionari dello Stato la moda è ancora quella in auge ai tempi del partito comunista: peso di più di cento chili, completo maschile grigio, monolitico, pancia in fuori, muso più largo delle spalle. I funzionari dello Stato non possono certo trasformarsi in piccoli biondini, esili e graziosi. Sono sicuro che molti di loro guardano Putin con tristezza malinconica, e pensano (come dice una canzone alla moda):



Il mio superiore non beve e non fuma,
ma sarebbe meglio che bevesse e fumasse.



Sì, sarebbe meglio. Infatti se la popolazione vedesse un qualche vizio maschile di Putin (se fosse per esempio un dongiovanni), vedrebbe anche la sua umanità. Così invece resta irrimediabilmente estraneo. Votandolo, decine di milioni di elettori hanno dovuto superare la loro repulsione naturale per il «diverso».



Questo fa comprendere quanto mostruoso sia il potere della nostra televisione. In Russia la televisione è centinaia di volte più potente dell’ortodossia e di tutto il cristianesimo.



Putin non ha abbinato alla propria persona una camicia particolare, una pipa, degli stivali, una pettinatura o smorfie particolari. Se si parla di qualità caratteristiche, il nuovo leader del Paese ne è assolutamente privo. Gli interni del Cremlino, tutte quelle sedioline poggiate su gambe esili, i sofà e i divanetti gli sono stati lasciati in eredità da Eltsin, da Pavel Borodin e dall’albanese Behgjet Pacolli. Da coloro cioè che si sono occupati della ristrutturazione degli interni del Cremlino. Putin non manifesta preferenze per cravatte particolari, o per giacche di cotone invece che di lana. Sterilità totale anche in ciò che si definisce look.



In Russia, in compenso, si stanno facendo progressi nel campo della retorica e della demagogia. Già Eltsin aveva cominciato a utilizzare, accanto a quella democratica, una fraseologia nazionalistica. «Baby face» Kirienko e suoi «giovani turchi» hanno fatto un passo in avanti in questa direzione dandosi il nome di «Unione delle forze di destra» e facendo leva sugli «interessi dello Stato». Anche Putin ha continuato a muoversi nella stessa direzione. Il suo partito di governo si chiama «Russia unita», e di recente è stato proprio Putin a ripetere quasi alla lettera l’appello goebbelsiano «Un solo Paese, un solo popolo». Pur mancando il terzo elemento, «Un solo führer», non è difficile indovinare quali siano i testi fondamentali che l’ufficiale Putin ha letto in lingua originale durante la sua permanenza nella Repubblica Democratica Tedesca. Lo stile di governo di Putin, basato sulla cronaca televisiva di ogni suo movimento, è mutuato dall’Occidente. Pur vedendolo quotidianamente a cerimonie varie, inaugurazioni di convegni, visite alle truppe, non lo sentiamo più vicino. Anzi, la cerimonia di insediamento, ambiziosa e ridicola, come una messa in scena allestita dal regista monarchico Nikita Michalkov (e chissà se non sia andata proprio così) è apparsa come qualcosa di barbaro, di estraneo. Ma anche la cerimonia è la conferma dello stesso processo paradossale: pur restando «riformatore» e pretendendo di definirsi «democratico», ogni nuovo regime della Federazione Russa non fa che aumentare la dose di demagogia nazionalistica e di gesti connotati in tal senso.



Con la voce impassibile del ragazzino di città cresciuto in una famiglia tranquilla (ragazzini così fino ai dieci anni li mandano in giro vestiti da bambina) Vladimir Vladimirovič Putin dagli schermi televisivi diffonde quotidianamente banalità patriottiche che ormai persino il giornaleZavtra («Domani») si vergogna a pubblicare. Di Putin ce n’è già troppo. Pare che le masse non si pentano ancora di aver eletto a presidente una persona a loro totalmente estranea, a sé stante. Intanto gli affari dello Stato Russo non vanno affatto bene. Il Paese presto «celebrerà» il primo triste anniversario dell’inizio della seconda guerra cecena, ed è evidente che la Russia, cacciatasi in questo brutto affare di sangue, non ne uscirà tanto facilmente. Per il resto la condizione del Paese non è diversa da quella sotto Eltsin. La situazione della nostra economia invece dipende dal prezzo del petrolio e di altre fonti energetiche, e dalle facilitazioni concesse dall’Occidente sul pagamento dei nostri debiti. Putin è stato paragonato a una scatola nera. Cioè sarebbe un enigma. No, V.V. Putin è la persona meno enigmatica della Russia. Putin è l’assenza di una presenza. Un burocrate triste, solo e sterile. Un segretario zelante provvisto di bloc-notes. Gli servirebbe un superiore di talento.



Il mio superiore non beve e non fuma,
Sarebbe meglio che bevesse e fumasse.



L’aspetto del presidente



Quanto scritto sopra era la trascrizione delle mie impressioni del 2000. Ed ecco quelle del 2005.



Molto basso. Si potrebbe definire un uomo piccolo. Di un colore slavato, nord russo finlandese. Capelli visibilmente fini, cocuzzolo calvo. Il mento è assente. La fisiognomica più grossolana sostiene che l’assenza di mento denota mancanza di volontà. Non penso che sia sempre così. È evidente che a causa dell’assenza di mento il profilo di Vladimir Vladimirovič non è dei migliori, con il naso in avanti e la fronte e il mento spioventi in direzione opposta. La bocca larga, il naso di forma allungata. La punta del naso si espande fino ad assumere la forma di un trifoglio. Negli ultimi anni, evidentemente per la stanchezza, ha gli occhi cerchiati.



Tutto il piccolo corpo di Putin non è convincente né significativo. Famoso per essere uno sportivo, nonostante pratichi il judo e lo sci alpino il presidente ha una visibile pancetta. Le gambe corte. Le spalle strette. Il presidente indossa completi confezionati con estrema premura, in modo tale che gli rivestano accuratamente il petto. (Nicola I indossava un corsetto che gli schiacciava la pancia. Quando il marchese De Custine scrisse sull’argomento, questo offese l’imperatore più di tutte le accuse di dispotismo).



Conversando di argomenti per lui spiacevoli, Putin serra la mandibola. All’altezza degli zigomi si vedono affiorare i muscoli contratti della mascella. Il contenuto dei discorsi del presidente è banale. La voce è uniforme, in essa raramente si avverte un’emozione. Solo una chiarezza monotona, nella voce.



La moglie del presidente è sovrappeso, e ciò la rende più vecchia e matriarcale. Sembra un’anatra, e il presidente, vicino a lei, più che altro un anatroccolo. È impossibile adorare o amare attivamente la signora Putin come accade con le first lady di alcuni Paesi in cui vige una forma di governo presidenziale, o come accadeva con Raisa Gorbačeva. È chiaro che non stiamo parlando di Jacqueline Kennedy, e neppure di Laura Bush. Una comune donnetta sovietica con zero charme. Dopo averci riflettuto un po’, devo ammettere che il presidente ha lo charme del figlio minore, benché adulto, della famiglia. Anche se non è affatto un tipo popolaresco. Eltsin, per quanto ripugnante, senza dubbio lo era.



Un padre cattivo



Non è poco il tempo che ho perso stando attaccato al televisore per studiare il viso della persona che governa la Russia. È un viso sfuggente, uno sguardo sfuggente che non desidera incontrare nessun altro sguardo. Uno sguardo che non desidera incontrare i nostri sguardi popolareschi. Appena se ne presenta l’occasione, lui distoglie lo sguardo. Osservatelo anche voi. Forse non è sicuro di sé, oppure non vuole guardarci. No, non me e voi concretamente, si capisce: la telecamera. Ma la telecamera siamo noi.



Con la medesima attenzione lo ascolto parlare, ascolto il suo eloquio per capire se è incespicante oppure scorrevole. Scorre in modo uniforme, il più delle volte senza intonazioni particolari. Solo a volte Putin si permette di inciampare in uno slancio emotivo che di solito reprime con abilità. Accade quando si arrabbia, quando è adirato. È allora che all’altezza degli zigomi si vedono affiorare i muscoli contratti della mascella. Si nota allora ciò che con un’espressione letteraria viene definito «il gioco dei muscoli».



L’impressione che si ricava dalle manifestazioni sopra elencate è insomma quella di una persona fondamentalmente malvagia, che tenta di nascondere il proprio carattere malvagio sotto l’indifferente e pragmatico brusio dei discorsi, volgendo lo sguardo altrove. Essendo di bassa statura, è possibile che il presidente abbia sempre avuto il problema di apparire importante e che a tal fine abbia elaborato una serie di tecniche. Il suo modo di parlare pragmatico, veloce e freddo produce un effetto di straniamento, lo isola dagli altri, e anche l’abitudine di evitare gli sguardi altrui persegue lo stesso scopo. Isolandosi, si eleva. Da lui non dobbiamo aspettarci gli scandali alcolici, umilianti per la Russia, che contraddistinguevano Eltsin, il suo predecessore. Non dobbiamo aspettarci violenti attacchi d’ira in pubblico. Forse davanti alle telecamere non si comporta come Ivan il Terribile, e questo è un bene. Ma, sotto un altro punto di vista, è pure peggio, se tale comportamento stesse a significare che ha un carattere vendicativo e che i suoi regolamenti di conti con gli altri non avvengono sotto i riflettori, ma dietro le quinte. Non di sua mano, però. Con l’aiuto di esecutori, di servi a lui fedeli. Con l’aiuto, per esempio, della procura generale, o con quello, per esempio, dei servizi di sicurezza federali o, per esempio, con l’aiuto del ministero della Giustizia, o della Direzione generale degli istituti di pena, con l’aiuto, per esempio, della commissione elettorale centrale...



L’impassibilità, la mancanza di umanità del presidente Putin si ritorcono talvolta contro di lui, come nel caso del sottomarino Kursk. In quell’occasione, lo ricorderete, se ne è rimasto nella calda cittadina di Soči, sulla costa del mare del sud. Invece di volare come un proiettile, con un aereo ad alta velocità, verso le coste del mare di Barents. Se non altro per dovere d’ufficio. E coordinare sul posto il salvataggio dei marinai, impegnarsi almeno in un coraggioso tentativo di salvataggio. Avrebbe dovuto mettersi sulla riva con gli stivali nell’acqua e star lì a far galoppare i soccorritori. Con stivali di gomma... Avrebbe dovuto sfruttare tutte le proposte giunte dalle nazioni straniere, approfittare di ogni aiuto. E quando, dopo tot giorni, non si sarebbe più potuto far nulla, avrebbe dovuto mettersi davanti alle telecamere, esausto, con i segni sul viso delle notti insonni, sullo sfondo di quel mare freddo che è diventato la tomba di centodiciotto marinai russi e dire: «Cittadini della Russia, ho fatto tutto il possibile, non ho potuto fare di più!» Invece l’abbiamo visto abbronzato e tranquillo, con una maglietta polo, sulla costa del mare del sud. È stata la prima volta che ha dimostrato la sua mancanza di umanità. Si è dimostrato indifferente. Poi è seguita la risposta glaciale, divenuta storica, alla domanda del giornalista americano Larry King: «Che cosa è successo al vostro sottomarinoKursk?» «È affondato» ha comunicato lui candidamente, con un’espressione dolce e calma sul viso. Non gli è neanche passato per la testa di proclamare il lutto nazionale. Già allora era evidente fino a che punto i suoi connazionali gli fossero indifferenti. Il viso del presidente s’illumina di sorrisi sinceri, di cordialità e simpatia solo quando lo vediamo incontrarsi con i grandi leader occidentali, con i suoi amici: con Bush, con Berlusconi, con Schröder. È allora che tira fuori il suo fascino. Domanda: perché non si comporta così con noi, con i cittadini russi? Forse perché ritiene che con noi bisogna essere severi oppure, come minimo, impassibili?



Quando lo vediamo alla televisione, il più delle volte sullo sfondo compaiono i mobili fuori moda, «alla zarista», del Cremlino. Lui se ne sta seduto sul broccato di ottomane ricamate, dotate di gambe ricurve di legno intagliato, o su sedie dello stesso genere. Quando lo vediamo, la carta da parati e le tende sullo sfondo hanno tutte il disegno dell’aquila bicipite. L’allusione o il messaggio eloquente è: questi sono gli attributi zaristi del potere del presidente. Ma la Russia è una repubblica dai tempi della rivoluzione del febbraio del 1917! Oppure sono io a interpretare in modo sbagliato il significato dell’aquila bicipite? Avendo vissuto a lungo in Francia, ricordo che seduto su mobili simili, su ottomane con le gambe ricurve, François Mitterrand ha scontato due mandati presidenziali. Ma all’interno del palazzo dell’Eliseo, da quanto ho potuto vedere alla televisione, non mi sembra di aver notato corone o linee genealogiche regali. Pal Palyč Borodin, coordinatore della ristrutturazione delle camere presidenziali del Cremlino, ha evidentemente preso a modello lo stile dell’Eliseo, sede dei presidenti francesi (i mobili della Casa Bianca del presidente americano hanno linee meno curve, le ottomane sono più lineari e più semplici). La mia opinione è: il presidente della Russia, Paese in cui la quantità dei poveri va da un terzo alla metà della popolazione, non dovrebbe farsi vedere circondato da un arredamento tanto pacchiano nella sua esibizione di una ricchezza d’altri tempi. La mia opinione è che gli incontri quotidiani di Putin con i ministri seduti sempre allo stesso tavolino minuscolo, che attraverso la televisione vengono mostrati a tutto il Paese, non siano che una goffa messinscena. Che quel tavolo inizialmente sia stato progettato per giocarci a carte, o per farci poco di più. Non ci sono prove che quel tavolo serva al presidente per lavorare, neanche una: non ci sono carte sparse sopra, né cartelle o cartelline con le pratiche, né computer. Che bisogno c’è di prendersi gioco della popolazione in un modo così triviale, rappresentando una simulazione di lavoro? Eccolo là, Putin, che con la voce monotona e pragmatica del presidente che sa il fatto suo (nascondendo gli occhi) pone una domanda a un ministro: «Perché non è stato fatto questo e quest’altro?» Il ministro con la sua cartellina, dopo un colpo di tosse, afferma come da copione: «Quello è già stato fatto, questo e quest’altro sarà fatto tra una settimana». Il cittadino deve essere soddisfatto. Il presidente è sobrio, il lavoro va avanti. Il ministro tossisce, si vede la cartellina che contiene le pratiche. O forse dei vecchi giornali?



Come dovrebbe essere, secondo il nostro presidente, il governante ideale? Sarei curioso, molto curioso di saperlo. È chiaro che non si tratta dello sgobbone con una giacca qualunque, magari non una giacca con le toppe ma poco ci manca, le cartelle con le pratiche che occupano tutta la scrivania e che invadendo pure le ottomane finiscono col farle crollare sotto il loro peso. Il cui computer, gonfio di megabyte, non riesce a contenere tutti i documenti del presidente. È chiaro che l’ideale di Putin non è Lenin che lavorava fino ad avere il cervello in fiamme, che dettava a tre dattilografe contemporaneamente tra le nubi del fumo che operai e deputati dei soldati sbuffavano fuori. Nel 1990-91 molti membri di primo piano del PCUS hanno preso bruscamente le distanze da Lenin come il diavolo dall’acquasanta, interi battaglioni e reggimenti di funzionari del partito hanno sbattuto la tessera sul tavolo. Dal 1990 il tenente colonnello a riposo del KGB Putin ha lavorato per Sobčak, suo ex professore dell’Università statale di Leningrado, in quanto persona che di Sobčak condivideva pienamente le idee. Perciò l’ideale di Putin non è certo Lenin, Sobčak non avrebbe accolto una persona con ideali simili. Capire l’ideale politico del presidente è possibile attraverso il suo gusto estetico, manifestatosi soprattutto durante le due cerimonie di insediamento. Ho già scritto in dettaglio delle cerimonie nel capitolo «A quanto pare, Lei crede di essere uno zar». Il suo modello estetico si rifà all’autocrazia della Russia zarista, l’ideologia del nostro Paese prima del 1917. Ed è sempre all’autocrazia, anche come modello politico, che si è rivolto Putin una volta diventato il signor presidente della Federazione Russa. Coscientemente e incoscientemente. Più incoscientemente, quasi per un richiamo del sangue, della tradizione. Del resto qui da noi ogni poliziotto di quartiere, ogni agente messo a piantonare le strade, che in cambio di tangenti offre protezione ai chioschi vicino alle stazioni della metro, si comporta da autocrate... Tornerò ancora sull’autocrazia, vi chiedo soltanto di comprendere e accogliere le mie osservazioni sul governante della Russia. È importante.



Cito un passo del New York Times. Il quotidiano dà il resoconto di una conferenza stampa del presidente russo :

Anche quando Putin parlava con calma e quasi con dolcezza, le sue dichiarazioni erano esplicitamente dure... Mentre conversava con qualcuno il suo corpo si comportava come se fosse coinvolto in una sfida. Quando gli ponevano delle domande, spesso lui si appoggiava allo schienale della sedia, muovendo le spalle o raddrizzando la schiena, come fanno, tra una serie e l’altra, gli atleti che sollevano pesi... Una volta che la domanda era stata posta si curvava in avanti e, trasferendo il peso del corpo sugli avambracci, forniva una risposta dettagliata... Le sue dichiarazioni ricordavano lo stile di un operoso micromanager.



Il Washington Post ha così caratterizzato la stessa conferenza stampa:

Il leader russo ha parlato per tre ore, tra scoppi d’ira e smorfie che gli deformavano il viso quando attaccava coloro che muovono critiche alla politica russa.



Era irritato, con smorfie sul viso. Nessuno dei giornalisti stranieri ha visto la bontà del presidente. Io non l’ho mai visto buono. O è la sua natura a impedirgli di essere buono, oppure è lui stesso a ritenere che la sua carica, quella di presidente della Russia, lo obblighi a essere malvagio. La cosa più probabile è che lui non sia buono per natura, e che in più ritenga che uno zar debba essere severo, pieno d’ira. Il popolo russo adulava lo zar chiamandolo «batjuška», cioè «padre». Nella stessa espressione «zar-batjuška» è implicita una sfumatura di bontà: come il pane deve essere buono perché dentro deve esserci la mollica che è buona, così il popolo ha sempre sperato nella bontà dello zar. Veniva usata anche l’espressione «zar-sovrano» che compare soprattutto nelle stampe dell’arte popolare russa (lubok) dedicate a Pietro I. È evidente che Pietro I, malvagio, con i baffi, un padre padrone senza barba non poteva essere per il popolo uno «zar-batjuška». Anche il presidente Putin si comporta come se fosse nostro padre. Un padre malvagio, esigente, i muscoli facciali che si tendono e si rilassano, le smorfie, gli occhi nascosti. Di tanto in tanto picchia la sua famiglia, è avaro di sorrisi e regali non ne fa. Non ha neanche costruito Pietroburgo; al contrario, le terre russe le dà via. Ed esige pure che tutti noi corriamo a combattere una guerra che lui ha inventato, e che nelle nostre città ci diamo in pasto ai terroristi. Siccome i ceceni non vogliono far parte della sua famiglia, lui li trattiene con la forza, con le botte. Vladimir Vladimirovič, signor Presidente, Lei non crederà veramente che con le percosse può costringere i Suoi familiari a vivere insieme a Lei? Senza amore, con le percosse? No, suppongo che Lei non lo creda. E allora perché costringe un intero Paese a sopportarLa?



Il presidente della Russia, ritenendosi per errore uno zar (Pal Palyč Borodin e Behgjet Pacolli gli hanno piazzato intorno troppe aquile bicipiti), ci considera i suoi sudditi. Ma noi non siamo i suoi sudditi, e non siamo neanche nell’’800. Siamo i cittadini di un Paese che non è libero, questo sì, però non siamo i sudditi di uno zar-padre malvagio. Ed è proprio questo che lui tenta di fare: governarci come farebbe uno zar malvagio.



Non c’è dubbio che la persona che si trova a capo dello Stato russo si sia smarrita nel tempo. E, con lui, tutto il suo esercito di funzionari. I suoi servi, i procuratori e i gendarmi dell’FSB. Il suo Stato ha una struttura zarista. Ricordiamo cosa scrisse Lermontov, dei versi per noi da antologia, ricordiamoli:



Russia, Russia povera,
Paese di schiavi, paese di signori,
E Voi, azzurri uniformi,
E tu, popolo che a loro ubbidisce...
*



Non è cambiato nulla. Siamo tornati indietro nel tempo. C’è tutta questa

folla avida davanti al trono,
boia della libertà, del genio e della gloria.
**



Sono tutti al loro posto. Possiamo fare l’appello.



Le «azzurre uniformi» le indossano i funzionari della procura. Eccoli, questi tutori della legalità, c’è chi pesa tra i centocinquanta e i duecento chili come Ustinov, Kolesnikov, chi è invece sottile come una tenia come tutti i sostituti procuratori, come Kolmogorov, Birjukov, Šepel’ e come altri che si perdono in lontananza: il corpo dei procuratori, uno più strano e malato dell’altro. Ustinov (il procuratore generale, il custode principale dell’osservanza delle leggi, che recentemente ha proposto di prendere in ostaggio i parenti di alcuni presunti terroristi) e la sua squadra. Tutti rispondono:

«Comandi! Siamo qui! Pronti a servire!»

«I cosacchi? Dove sono i nostri cosacchi?»

«Comandi» rispondono gli sbirri, «siamo noi i cosacchi di questo regime. Disperdiamo le manifestazioni del popolo».

«La Terza Sezione, la polizia segreta dello zar, è presente?»

«Eccoci» risponde la cricca del Servizio Federale di Sicurezza. Maestri di provocazioni, attenti ascoltatori e informatori segreti dalle grosse orecchie arroventate.

Si tratta della «Sicurezza Statale», che nel 1991 ha consentito la distruzione dell’URSS e che ora si è specializzata in pestaggi e nella cattura di ragazzi e ragazze membri del Partito nazional-bolscevico. Cavalieri del mantello e del pugnale, che a suo tempo mi arrestarono con l’accusa di organizzare la separazione del Kazakistan orientale, popolato da russi, dallo Stato del Kazakistan. Pensate un po’, mi hanno accusato del fatto che a tale scopo io avrei acquistato armi e organizzato formazioni armate clandestine. Pensate un po’, i servizi segreti russi mi hanno arrestato per questo! Se erano convinti della autenticità delle accuse, avrebbero dovuto darmi una medaglia. Com’è che invece hanno sbattuto me, un patriota, in prigione? E avrebbero voluto lasciarmi dietro le sbarre per sempre, per farmi marcire lì dentro. Le prove però non sono riusciti a fornirle, che disdetta. «La polizia segreta zarista è qui! L’FSB vigila!»



«E i nostri ochotnorjadcy, i piccoli commercianti che all’inizio del secolo ventesimo perseguitavano ebrei e intellettuali, dove sono?» Sì, quelli con la pancia (prima avevano anche la barba, ora invece hanno il muso liscio), le forze più reazionarie, oscurantiste della Russia. Prima erano i mercanti, ora sono i deputati.



«Siamo dove dobbiamo essere, in via Ochotnyj rjad, 2!» rispondono i deputati di «Russia Unita». Sono talmente reazionari che presto vieteranno agli uccelli di volare.



«L’Unione di S. Michele Arcangelo è presente?» Che oggi esista una cosa del genere sembrerebbe impossibile. Eppure esiste. È l’organizzazione «Nostri», con a capo i fratres Jakemenko con la menzogna nello sguardo, i cui servizi vengono pagati dallo staff del presidente. Pronti oggi come cento anni fa a rompere il cranio ai nemici del Sovrano. In versione leggermente aggiornata: quelle facce toste si definiscono beffardamente «antifascisti», e chiamano «fascisti» gli oppositori di Putin.



A prima vista sembra mancare un Rasputin. In compenso c’è la cattedrale di cemento di Cristo Salvatore e c’è il Gran Pope modificato, onnipresente come Rasputin, il patriarca Aleksij, dove ce n’è e dove non ce n’è bisogno, non manca mai. Si dice che nel 1996, in cambio di cinquecento chili d’oro «regalatigli» per la doratura delle cupole, abbia esortato il suo gregge a non votare per il comunista Zjuganov. Ci sono preti di rango più basso, culi immensi fasciati da sottane. Che razza di zarismo sarebbe senza oscurantismo clericale? L’arciprete Čaplin è andato a Seliger per partecipare al raduno di «Nostri», dove ha dato la sua benedizione ai loro pestaggi. Un rappresentante ufficiale della Chiesa Russa Ortodossa, da un fianco all’altro due metri di larghezza.



I funzionari poi, come i personaggi gogoliani delle Anime morte, sono immortali ovunque! Brulicano vermi di tutti i tipi: grassi e flemmatici come Mironov del Consiglio della Federazione, magri e isterici come Vešnjakov della Commissione Elettorale Centrale, lustrati come un pianoforte come Zurabov (sembra sempre che porti non una ma due cravatte, questo Zurabov). Prima c’era pure Počinok, un tipo tutto sbilenco, con un filo di bava all’angolo della bocca, ma non si sa che fine abbia fatto. E poi basti pensare a Stepašin il criceto... E Dmitrij Kazak o Kozak, la faccia che è una specie di incrocio tra una sega e un’accetta. E questo Gryzlov, il viso pieno di buchi che sembra un colabrodo, come se fosse stato mangiato dalla ruggine. Dio mio! Se ne vedono veramente di tutti i colori! Le ragazze invece, la ragazze funzionarie, un matriarcato, la Slizka e la Matvienko, i capelli pieni di lacca, pettinate permanentemente come la regina d’Inghilterra! Oh ragazze funzionarie dai possenti fondoschiena di ippopotamo! Non si è ancora trovato un cantore degno di celebrare la vostra grandezza!



«Siamo qui!» rispondono i funzionari, nascosti dietro il piccolo e malvagio eletto dal popolo, facendo capolino.



Tutti questi difensori del trono sono convinti di rappresentare la Santa Russia che è custode dei sacri principi. Invece sono personaggi del passato, sinistramente sopravvissuti al clima gelido della Russia. Della Russia satanica.



Il difetto principale dell’autocrazia putiniana non è tanto nella condizione di povertà in cui la popolazione è costretta a vivere. Il regime del gruppo di Putin non deve essere valutato in base a parametri economici (sebbene esso anche in base a tali parametri appaia penoso), ma in base alla quantità di umiliazioni, di sofferenze, di dolore e di non libertà a cui la popolazione è stata sottoposta. In base a questi parametri il regime di Putin deve essere condannato in quanto disumano. Ecco il suo difetto peggiore: l’atteggiamento insopportabilmente altezzoso (in vero stile polizia segreta), antidemocratico, incivile, medievale nei confronti dell’uomo. Il modello dello Stato paternalistico con a capo un padre severo, sua Altezza il Presidente «Padrone» è in realtà il modello dei campi di prigionia russi. Io sono stato detenuto in uno di questi campi, il n.13, nelle steppe al di là del Volga. Lì la ricompensa per i detenuti obbedienti è non essere picchiati; i disobbedienti, invece, non solo vengono picchiati, ma capita che vengano menomati o uccisi. Nel XXI secolo il modello dello Stato-prigione non deve più esistere. Stati di questo tipo non sono più accettati, appartengono ormai a un sinistro passato.



Lui ci tratta come se fosse un padre malvagio. Ma lui, di per sé, com’è?



Non è coraggioso. Al Centro Teatrale Na Dubrovke non si è fatto vedere, a Beslan è andato e tornato in aereo, in segreto, di notte, affinché nessuno, tranne le autorità locali, lo vedesse, in modo da non incontrarsi, Dio ce ne scampi, faccia a faccia con i parenti degli ostaggi uccisi. Poco prima delle elezioni del 2000 è volato con un caccia in Cecenia a fini di propaganda: è rimasto all’aeroporto soltanto per qualche ora, ben protetto dagli scudi delle forze dell’ordine. Nei momenti di crisi lui si nasconde, resta al riparo ed esce allo scoperto soltanto dopo che la tempesta è passata.



Non è generoso. È avido. Dalla rapa non si cava sangue. La Russia invece avrebbe bisogno di un presidente buono, buono, fosse anche la prima volta nella storia, un presidente che vada di persona a distribuire cappotti imbottiti alla gente congelata sui marciapiedi del Sadovoe kol’co. Che conceda un’amnistia ai galeotti ridotti allo stremo delle forze. Che vada di persona nelle case della gente, dei nullatenenti, e ci parli col cuore in mano, e gli dia dei soldi. I suoi soldi.



Non è nobile. È un anno che tiene in gabbia nove ragazze del Partito nazional-bolscevico perché sono entrate nell’anticamera dell’Amministrazione del Presidente. Decidesse di liberare almeno le ragazze! Macché! È insensibile e ingiusto.



Ci ha tolto le nostre libertà. Tutte. Se ne è impadronito completamente.



Usa la menzogna come metodo di gestione dello Stato. E lo fa regolarmente, non in via eccezionale.



Usa la forza come metodo di gestione dello Stato. È un uomo della forza. Con la Costituzione che abbiamo, che concede al presidente diritti veramente illimitati, più diritti di quelli che avevano gli zar russi, le qualità individuali del presidente non sono indifferenti a noi cittadini. Se è adirato e dà ordine di assaltare il Centro Na Dubrovke utilizzando un gas sconosciuto, saremo noi cittadini e saranno i nostri figli a morire, non quelli di Putin. Se a Beslan ordina l’assalto dopo aver inscenato un’esplosione accidentale proveniente dall’interno, sono i bambini osetini e russi della Scuola n.1 a morire, non i bambini dei coniugi Putin. La seconda guerra cecena (ho messo insieme vari dati sul numero delle sue vittime e ho calcolato la media) si è portata via, tra civili, truppe federali e guerriglieri di Maschadov/Basaev, la vita di trentamila persone. Ma il presidente, tranquillo, guarda a questa guerra come a un fenomeno naturale da sfruttare a proprio vantaggio e non prende volutamente alcun provvedimento per mettervi fine: è un presidente pericoloso. È pericoloso perché ha un solo modo di risolvere le crisi: con la forza. Forse si comporta così perché proviene dai servizi segreti, oppure perché questa è la sua natura, perché la mamma l’ha fatto così. Non sappiamo perché, ma che sia pericoloso per noi, per il popolo, lo sanno le vedove e i parenti di tutti coloro che sono morti in Cecenia, le madri e i padri di Beslan e i parenti di coloro che sono morti sulla Dubrovka.



Con ciò che dice, e lui parla molto e volentieri, ogni tanto si può anche essere d’accordo. Ma non con ciò che fa. Tranne forse quando dà dell’avena al cavallino Vadik. Per il resto è un capo dello Stato pieno d’ira, con tutta probabilità vendicativo, diventato presidente grazie a una nomina. Per governarci ha adottato uno stile paternalistico: è lui a decidere tutto, noi non decidiamo nulla. Si è scelto il ruolo del padre malvagio, il nostro.



Per capire perché sia pericoloso, immaginatevi trentamila cadaveri posti sull’asfalto della città di Mosca. Lui non è l’unico colpevole di queste morti. Ma la colpa è anche sua, sua e del suo carattere. I membri del Partito nazional-bolscevico che stanno penando in carcere hanno ragione:

UN PRESIDENTE COSÌ NON CI SERVE!

[2005]



* Michail Lermontov, Addio, Russia trasandata, 1841. Limonov mutua il primo verso con quello della poesia di Aleksandr Blok Russia, 1908. (N.d.T.)
** Michail Lermontov, La morte del poeta, 1837. (N.d.T.)

INTERESSANTISSIMO - Scritto nel 2004

 
 

                   LA RIVOLUZIONE SEMISERIA

 

Alexander Tarasov

 http://www.sagarana.it/rivista/numero24/gegner3.html

 

Tratto dal volume "Revolucija ne vserëz" (La rivoluzione per scherzo) di Alexander Tarasov (pp. 432-435), uscito nella collana "Lotta di classe" dell'editore Ultrakultura (Jekaterinburg 2005). 
Traduzione di Antonello Piana.

 

 

Nessun dubbio, sullo scenario politico russo il Partito Nazional-Bolscevico rappresenta un caso eccezionale. Sebbene si sia denominato partito (per quanto piccolo) fin dall'inizio, lo divenne effettivamente solo dopo che Limonovvenne sbattuto in galera.

Fino a quel momento il PNB non era altro che un fan-club diEduard Limonov - cosa che non stupisce piú di tanto, trattandosi di uno scrittore, come si dice, toccato dalla grazia.

Poi si aggiunse la Limonka - una rivista sotto ogni aspetto innovativa - e da quel momento il PNB fu costituito da un fan-club di Limonov e da uno della Limonka. Solo il fatto di mantener uniti i due gruppi sotto lo stesso tetto, tenendoli in scacco a vicenda, è stata una prestazione degna di nota.

Siccome ognuno vedeva in Limonov e nella Limonka solo quello che voleva vedere, il PNB era costituito da gruppi regionali, o per meglio dire, da variegati ambienti che in altre circostanze non avrebbero mai avuto niente da spartire. 


Allorché Limonov chiamò un congesso del partito a Mosca, una delle maggiori difficoltà consistette nel sistemare i delegati in maniera tale che non si rompessero subito i crani a vicenda (la qual cosa riuscí a Limonov sorprendentemente bene).

Provate un po' a mettere insieme ex-stalinisti ed ex-trockisti, omosessuali postmoderni e skin-heads, anarchici, punks, la bohème, pii tradizionalisti e neofiti buddisti!


Tutto ciò poteva funzionare solo finché nessuno avesse letto il programma del partito e lo avesse preso in seria considerazione. E fu proprio cosí che accadde. Lo stessoLimonov non lo aveva mai letto. Solo in carcere ebbe occasione di confrontarsi con gli scritti del suo stesso partito e, non c'è motivo di dubitare delle sue affermazioni, ne fu inorridito.


In altre parole, fin dall'inizio il PNB non contemplava tanto un'organizzazione ideologica, quanto uno stile di vita. Nelle terrificanti condizioni di vita dell'era Jelcin (terrificanti naturalmente solo per il cittadino medio; a Jelcin o, per esempio, a Jegor Gajdar andava di lusso), il PNB rappresentava una valvola psicologica per una parte consistente dei giovani, i quali non erano alla ricerca di un'ideologia, bensí di una forma di rivolta e di un'organizzazione che la incarnasse credibilmente.

 



Eduard Limonov


Per questo è fallito anche Alexander Dugin nel tentativo di trasformare il PNB in un normale partito della "nuova destra". Sebbene Dugin sia stato investito della carica di ideologo ufficiale, i militanti del PNB considerano la sua opera come pura "fantasy", e lo stesso Limonov lo definì una volta "un narratore di favole".


Il governo non sapeva bene cosa pensare del PNB e soprattutto come affrontarlo, tanto piú che la fluttuazione degli iscritti era particolarmente accentuata, e il partito cambiava faccia ogni due o tre anni.

Sotto Putin venne quindi organizzato un castello di accuse contro Limonov, il quale venne arrestato.

In quel momento sorse il PNB come lo conosciamo oggi.

Da una parte in carcere Limonov si gettò nel "lavoro teorico"; il suo libro "L'altra Russia" e gli scritti dal carcere raccolti nei volumi "Anelito di controllo" e "La psiche russa" possono essere considerati il fondamento di una nuova ideologia del partito, un'autentica ideologia conosciuta e approvata da tutti i tesserati del PNB.

D'altra parte, dopo che il regime di Putin ha dimostrato di prendere sul serio Limonov (perché altrimenti l'avrebbe fatto arrestare?), hanno fatto ingresso nel partito nuovi militanti, i quali danno l'impressione di essere di gran lunga piú seri, intellettuali e romantici dei loro predecessori.


Dunque al momento il PNB dispone di un'ideologia piuttosto chiara, sebbene non definita nei minimi dettagli. Con il nome del partito essa ha tuttavia ben poco a che fare. Non si tratta infatti di una ideologia nazionale (o nazionalista), né tanto meno di una bolscevica.

Limonov si distingue soprattutto come feroce critico del popolo russo, sia delle sue abitudini e tradizioni, che della sua psicologia e cultura.

La definizione coniata da Limonov è quella di "adat russo". L'"adat", il diritto tribale preislamico diffuso soprattutto nelle regioni del Caucaso che prescriveva "come le cose devono essere fatte", ha conosciuto con la fine dell'URSS una rifioritura come codice morale.


Mettendo costantemente sotto gli occhi dei russi l'occidente,Limonov incita alla distruzione e al superamento dell'"adat russo", ovvero alla liquidazione della nazione russa, da sostituirsi con una nuova nazione costituita dagli "elementi di passione" di tutti i popoli ex-sovietici.

Una cosa del genere non può essere seriamente definita nazionalismo, o forse, al massimo, nazionalismo di una nazione non ancora esistente.

Predicando la distruzione di tutto quello che limita e opprime l'individuo - in prima linea quindi lo stato e la famiglia -Limonov non si rivela un bolscevico, bensí un anarchico classico (un epiteto che del resto non ha mai disdegnato: nella disputa tra Marx e Bakunin si è sempre schierato apertamente dalla parte di Bakunin).

In sintesi, l'ideologia del PNB richiede la nascita di una nuova nazione "passional-anarchica", una specie di superimpero, capace di opporsi agli Usa, che certamente non è l'odierna Russia (un superimpero sí, ma del terzo mondo).


In verità il Partito Nazional-Bolscevico si sarebbe dovuto da tempo ribattezzare Partito Anarco-Imperialista, sarebbe stato piú onesto. C'è da chiedersi solo se può davvero esistere, un impero anarchico.

Tuttavia, piú irrangiugibile si fa l'obiettivo, ovvero piú si allontana dalla sempre meno sostenibile realtà della Russia putiniana, maggiore diventa la sua attrattiva.

I giovani corrono a braccia aperte verso Limonov e continueranno a farlo. Ma ciò non è tanto un merito ascrivibile a Limonov, quanto al regime vigente.

L'avversione verso il regime è in continua crescita, ma un'opposizione vagamente credibile non si vede nemmeno col binocolo.

Il successo del PNB negli ultimi anni è dovuto al fatto di aver occupato un vuoto politico, la nicchia di una gioventú di sinistra ideologicamente radicale e pronta alla lotta, un misto di Movimento 26 Luglio, sandinismo, zapatismo e brigate rosse.

La ricerca di un Fidel, di un Che Guevara o di un Subcomandante Marcos era destinata ad arenarsi nel vuoto, cosí la gioventú finí inevitabilmente tra le braccia diLimonov. Anche questo non è merito suo, quanto della debolezza della sinistra antagonista.


Nel frattempo tuttavia il potere ha compreso l'utilità del PNB. I militanti del PNB sono "carne da cannone", su di essi il regime può sperimentare quali repressioni la società è già in grado di sopportare e quali ancora no.

Cosí si è capito che gettare in gattabuia uno scrittore di rango internazionale come Limonov, per di piú con un passaporto francese e dietro un'accusa precotta, va ancora un po' troppo in là, mentre lo stesso procedimento, applicato a un "semplice" tesserato come Golubovic, non turba in alcun modo l'opinione pubblica (il militante del PNB Alexej Golubovic venne arrestato il 15.09.2002 in seguito alla manifestazione "Anticapitalismo 2002" sulla Piazza del Trionfo a Mosca. Il 22.05.2003 venne condannato a tre anni di carcere per resistenza a pubblico ufficiale e rilasciato il 07.05.2004). 


Il ruolo del PNB è ormai stato assegnato. È vero che il PNB potrebbe benissimo abbandonarlo, basterebbe solo entrare nella clandestinità, ma per questo è ormai troppo tardi. Tutti sono da troppo tempo "sulla ribalta". Non resta altro da fare che continuare a recitare il ruolo ricevuto.

                                                                                          Alexander Tarasov

 

Testo pubblicato nel 2005 (scritto nel 2004).

Il partito nazionale bolscevico è stato vietato nel 2007

Eduard Limonov e Boris Nemtsov

 
 
Eduard Limonov e Boris Nemtsov - 2011
  Limonov : "UNA PROVOCAZIONE. VOGLIONO UNA RIVOLTA ANCHE QUI"

 

            LA STAMPA - 1 MARZO 2015

 

«Putin non c’entra, questo omicidio lo danneggia soltanto».



Erano avversari politici, Boris Nemzov e lo scrittore Eduard Limonov, più volte si erano scambiati accuse feroci. Ma più volte avevano anche condiviso la stessa cella, arrestati in una delle tante manifestazioni anti Putin. Dopo l’esplodere della crisi in Ucraina sono finiti su lati opposti della barricata: il primo tra i più aspri critici dell’intervento russo, l’altro entusiasta della presa della Crimea.



— Cosa rappresenta per lei la morte di Nemzov?

— Per me purtroppo è solo l’ennesima tra le tante morti dei miei compagni nell’ultimo anno, sono mesi che seppellisco i miei ragazzi nazionalboscevichi uccisi combattendo nel Donbass coi ribelli, l’ultimo funerale è stato a Pietroburgo il 21 febbraio. Certo Boris Efimovich lo conoscevo molto bene, da anni, anche se non ci amavamo affatto, per me era troppo filooccidentale.



— Un omicidio politico?



— Non ci credo. La ragazza che era con lui, l’unica testimone, è rimasta viva. E nei delitti politici si fa sempre fuori anche il testimone. Forse è proprio lei la chiave. Aspetto le indagini. Ma certo è un delitto molto strano… mi vengono strani pensieri.



— Quali? Alcuni politologi russi anched’opposizione ventilano l’ipotesi di una strategia della tensione interna o esterna…



— Sì, per me è possibile che si tratti di una provocazione politica. A che scopo? Forse per scatenare una rivolta arancione anche qui in Russia.



— Quindi come i pro-Putin lei accusa l’Occidente…



— No, dico solo che Nemzov non era più un politico di rilievo, come nemico del Cremlino oggi il leader più importante è Navalny. Lui era un brillante pensionato politico, una persona capace ma della vecchia guardia, ormai non faceva più nulla.

Certo era molto noto. Ma rappresentava solo una parte dell’opposizione, perché dal 2011 in Russia non ci sono solo i dissidenti liberali, ma i comunisti, i nazionalisti, e così via, anzi gli ultimi sono cresciuti. La sua è soprattutto una morte simbolica.



— È stato ucciso alla vigilia della prevista protesta anti-Putin convocata dall’opposizione, le sembra un caso?



— È solo una coincidenza. O meglio, semmai mi sembra una provocazione politica. Ma non dal lato del Cremlino. Mi pare più probabile che sia opera di avversari del Cremlino. Certo fa comodo a loro, più che a Putin: questo omicidio è l’ultima cosa che serve al presidente russo in questo momento, lo danneggia soltanto.



— Dissero così anche per Politkovskaya… ma i media di Stato hanno fomentato sempre più l’odio verso i dissidenti, specie chi criticava la politica ufficiale verso Kiev…



— È vero, in Russia oggi c’è un’atmosfera di isteria generale, ma anche parte della nostra opposizione vi ha contribuito. Nella loro Marcia della pace, non hanno forse sfilato con le bandiere ucraine? Se non è provocazione questa. Facile accusarli di essere «agenti occidentali».



— Quali conseguenze prevede?



— Nessuna. Purtroppo temo che come per altri omicidi illustri precedenti, tra pochi giorni tutti in Russia lo avranno dimenticato. Ma l’Occidente di certo coglierà l’occasione per scatenare e aumentare l’isteria contro la Russia e contro Putin.

Lucia Sgueglia

 

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LA REPUBBLICA - 1 Marzo 2015

 

 dal nostro corrispondente Nicola Lombardozzi   

 

Eduard Limonov non si smentisce mai:  «Un complotto del Cremlino? Una provocazione esterna? Ma non fatemi ridere. Se avessero ammazzato il vero leader dei liberali, Aleksej Navalnyj, potrei capire. Ma Nemtsov, per i russi era solo un politico in pensione. Uno che, per di più, era stato protagonista nell'era Eltsin che qui ha lasciato ricordi di ingiustizie, ruberie, corruzione. Tra qualche giorno lo avranno già dimenticato tutti, amici e nemici».

Cinico e controcorrente, lo scrittore russo tiene fede al personaggio raccontato da Emmanuel Carrère in una biografia che due anni fa gli ha donato fama internazionale: «Mi dispiace deludere tanta gente di buona volontà, ma vedrete che questo assassinio non porterà alcuna conseguenza».



— Tutto il mondo si indigna per l'omicidio di un oppositore di primo piano, di un uomo coraggioso. Come fa a minimizzare così?



— Non minimizzo niente. Dico solo che se dietro al delitto ci fosse un qualsiasi piano politico, sarebbe un piano stupido e destinato a fallire.



(Da anni Nemtsov denunciava scandali e malefatte di Putin e i suoi con libri e documenti. Stava raccogliendo materiale sulla presenza militare russa in Ucraina.)



— Aveva anche detto che il Cremlino voleva ucciderlo. Le sembra così poco?



— Tutti quelli che stanno all'opposizione, perfino io, abbiamo ogni tanto la sensazione di rischiare la vita. Nemtsov lo conoscevo bene, era un uomo di spirito, colto e brillante. Ma le sue denunce erano solo un chiacchiericcio isterico senza le prove o particolari inediti. Faceva molta scena all'estero ma non smontava certamente il personaggio Putin qui in Russia.



— Tra i nemici di Nemtsov c'erano anche molti oppositori come lei, nostalgici di una certa visione dell'Unione Sovietica. Quando disse che la Crimea andava restituita all'Ucraina, lei lo aggredì, altri lo insultarono pesantemente. Non potrebbe essere questo un movente possibile?



— Sulla Crimea, ma anche sulla sorte del Donbass, gli oppositori sono divisi e questo è evidente. Lui faceva parte di quella minoranza, poche decine di migliaia di persone, che si attiene alla lettera alle posizioni occidentali. Mentre tra i tanti che contestano Putin resta forte il sentimento nazionale. Ma, ripeto, Nemtsov non aveva lo spessore per fare paura a nessuno.



— E allora come spiega il delitto?



— So che rischio di smontare tante teorie fantapolitiche, ma non escluderei una questione marginale, privata. Ci sono tanti aspetti strani.



— Per esempio?



— Stava con una giovane modella ucraina di Kiev, e questo basterebbe a farne una spy story. Ma il delitto resta misterioso: a un passo dal Cremlino nella zona a più alta concentrazione di telecamere di sorveglianza di tutta la Russia. In più, pare, con un arma non proprio da professionisti...



— Non vorrà ridurre tutto a un delitto passionale?



— Non mi va di escluderlo a priori. Ma in ogni caso ragioniamo. Al Cremlino questo delitto crea seri problemi di immagine internazionale e credo che Putin sia sinceramente contrariato. E non posso nemmeno credere alla tesi del complotto occidentale, voi giornalisti direste «l'ombra della Cia», per sollevare le piazze, fare tremare dalle fondamenta il regime di Putin. Solo gli idioti possono pensare che i liberali russi siano in grado di fare un'insurrezione.



— Perché?



— Perché l'opposizione in Russia oggi non c'è. Dopo le manifestazioni di due anni fa, le leggi sono state cambiate e si è lavorato di fino su arresti e persecuzioni giudiziarie. Anche il malumore popolare dovuto alla crisi economica è stato contenuto abbastanza bene. E le sanzioni sono state usate per cementare lo spirito nazionale della gente. Non vedo rivolte dietro l'angolo.

 

http://www.repubblica.it/esteri/2015/03/01/news/limonov_dietro_questo_delitto_non_solo_la_politica_ma_per_putin_un_vero_problema-108440663/ 

L’ETÀ DEI PROFETI - Eduard Limonov 2006

 
 

TROVATO NEL STRAORDINARIO BLOG :

http://ed-limonov.livejournal.com/

 




                                  L’ETÀ DEI PROFETI

 

Eduard Limonov  -  2006



Ho vissuto, ho vissuto e ho scoperto che presto compirò sessantatré anni. L’età dei profeti. C’è di che riflettere. Soprattutto sul fatto che non contavo di vivere così a lungo. Quando avevo diciassette anni gli uomini di trenta mi parevano vecchi. Adesso invece io non penso di me «ah, questo sì che è un vecchietto!», no, non ho questa sensazione.

La cifra «sessanta» non mi ha scioccato, ho varcato la soglia del sessantunesimo anno mentre ero in carcere.

Sono felice che sia andata così, che alla Casa Centrale dei Letterati abbiano festeggiato il mio compleanno senza di me.

In quel momento ero rinchiuso nel carcere centrale di Saratov, nell’edificio destinato ai condannati per reati gravi, quello che chiamano «numero tre».

 I festeggiamenti in occasione di un compleanno a cifra tonda si trasformano sempre in volgari gozzoviglie. Perciò dal punto di vista estetico sono stato fortunato: mentre la gente beveva, mangiava e probabilmente cantava le mie lodi, io me ne stavo nobilmente rinchiuso nella mia cella....


Vado per i sessantatré e me li porto piuttosto bene. Di questo devo ringraziare la mia schiera di antenati che si perde nella notte dei tempi: ho scoperto di avere ottimi geni.

Prima, il fatto di avere all’età di trent’anni passati (e sarebbe stato così anche in seguito, per molti anni) l’aspetto di un minorenne mi irritava, e attendevo con impazienza la comparsa dei primi capelli grigi. Adesso mi augurerei che sparissero, i capelli grigi, almeno parzialmente.

Anche se la mia compagna, l’attrice Katja Volkova, sostiene che a lei i miei capelli per tre quarti grigi piacciono. Ha pure deciso che devo farmeli crescere. Cosa che io, ubbidiente, sto attualmente facendo.

Problemi gravi di salute non ne ho. Nel 1996 ho subito un’aggressione in cui, a forza di calci in testa, mi hanno danneggiato entrambi i bulbi oculari. I bulbi hanno riportato dei graffi, come se si graffiasse il retro di uno specchio con una chiave.

Le donne russe sono soddisfatte di me. Di cos’altro potrebbe aver bisogno una persona che vuole avviarsi degnamente verso l’età dei profeti? Perché proprio «russe»? Perché sono le più esigenti e le più prive di tatto. Se non le soddisfi te lo dicono senza tanti complimenti, non hanno paura di ferirti.

Scrivo i miei libri e articoli alla svelta e senza sbavature, direttamente in bella copia. In poco più di due anni di reclusione sono stato capace di scrivere otto libri.

Quando mi sono messo in politica, qualcuno mi ha detto con benevolenza: «Come scrittore sei bravo, ma come politico non ti ci vedo proprio. Faresti ridere».

Essendo ben consapevole del fatto che la maggioranza della gente è formata da reazionari, da individui poco perspicaci e da conformisti, le loro opinioni mi hanno lasciato indifferente.

Ho lavorato, ho creato il progetto Partito nazional-bolscevico che tutta la macchina statale di violenza della Federazione Russa non è riuscita a distruggere. Questo mi dà soddisfazione. O meglio, dà soddisfazione non a me con i miei capelli grigi, ma a quel ragazzino proveniente dalla periferia di Char’kov che in me è ancora vivo.

La Russia mi tratta come un figlio che non ama. Non ho ricevuto neanche un premio letterario. Senza contare il fatto che le forze dell’ordine aggrediscono continuamente i miei compagni di partito, li picchiano, li trascinano fuori dalle loro case, e che nel 2003 hanno tentato di darmi quattordici anni di prigione, il che, considerando la mia età, avrebbe significato una morte certa.

La mia biografia è talmente avventurosa che ragazzi e ragazze possono soltanto sognare di averne una simile. Nella mia vita ci sono state e ci sono tuttora belle, bestie e creature malvagie.

C’è stata l’emigrazione, ci sono state le splendide città di New York e Parigi, le guerre balcaniche (la Serbia è il mio Caucaso!), le guerre in Abcasia e nella Repubblica Moldava di Pridnestrovie

. Quando faccio la mia comparsa, un paio di volte all’anno, ai raduni della conventicola degli intellettuali, nella folla si avverte un senso di inquietudine, e se prendo posto in una sala le sedie intorno a me restano vuote.

Le persone per strada mi salutano, ma ci sono anche quelle che mi odiano con tutto il cuore. Mi piacerebbe che la gente mi desse più ascolto. Sono un tipo per niente stupido, l’ha ammesso di recente anche la mia madre ottantaquattrenne, la mia vecchietta, un tipo severo che non fa i complimenti tanto per farli. Le telefono a Char’kov una volta alla settimana. È lì che sta trascorrendo l’ultimo periodo della sua vita, da sola.

Non mi lasciano entrare in Ucraina, l’entrata nel Paese mi è preclusa. Recentemente il presidente Juščenko rispondendo a un giornalista ha dichiarato che avrebbe risolto la questione riguardante l’affare Limonov.

Ho contro l’FSB, la Direzione regionale per la lotta contro la criminalità organizzata e il centro «T», vengo contestato dai tutori dell’ordine pubblico, dai giornali, dalla televisione, e ci sono pure otto siti web schierati contro di me.

C’è un certo Mark Deutch che di tanto in tanto viene pagato per annunciare che Limonov è omosessuale, mentre nella stagione successiva lo staff del presidente annuncia che sono un fascista. Tutto questo è ridicolo. Per il popolo russo neanche la permanenza in carcere rappresenta qualcosa di compromettente, ma, al contrario, è un pregio: figuriamoci allora se è possibile screditare qualcuno denunciando la sua «amoralità».

Che ne sarà di me? Poiché mio padre è vissuto fino all’età di ottantasei anni, geneticamente ho diritto ancora a venticinque anni di vita. Ho ancora la possibilità di ricevere il Nobel per il corpus delle mie opere. Ma posso anche ricevere una pallottola in fronte da parte dei miei nemici. Non me ne dolgo, perché so con certezza che ci sarà sempre qualcuno disposto a vendicarmi.

                                                                          EDUARD LIMONOV

                                                               Traduzione di Marco Dinelli

RUSSIAN ATTACK
Antologia di racconti russi

A cura di Marco Dinelli e Galina Denissova
Traduzioni di Marco Dinelli


Книга издана за счет пожертвования Фонда «Русский мир».
Questo libro è stato stampato con il contributo del Fondo «Russkij Mir».


 
                                          Indice
                           

    • Prefazione di Marco Dinelli



Viktor Erofeev

    • Vita con un idiota («Жизнь с идиотом»)

 

    • Accoppare gli scrittori nel cesso («Мочить писателей в сортире». Открытое письмо президенту России В.В. Путину)

 

    • Lo zar dei sogni russi («Царь русских снов»)



Eduard Limonov

 

    • La Tana e la Patria («Нора и родина»)

 

    • Russian Psycho («Русское психо»)

 

    • Accuse contro Putin («Обвиенение против Путина»)

 

    • Estraneo e Malvagio («Чужой и злой»)

 

    • L’età dei profeti (Возраст пророка)



Vladimir Sorokin

    • Polline di pioppo («Тополиный пух»)

 

    • Hiroshima («Хиросима»)

 

    • La gioia di Marfuša («Марфушина радость»)

 

    • Il potere dei musi («Мордодержавие»)

 

    • Monoclonius («Моноклон»)




  • «Ho bisogno di aria fresca...» di Gaiina Denissova