Limonov e Ucraina

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***  Intervista EDUARD LIMONOV        da Paolo Valentino

 

la Lettura - CORRIERE DELLA SERA            8/02/2015

 

   

Io, Limonov. Noi siamo l’Europa.  E l’Ucraina è un’invenzione.

 

Poeta, avventuriero, leader dei nazionalbolscevichi, il protagonista del libro di Carrère apre la sua casa a «la Lettura» e avverte:

«La nostra identità è la nostra storia»

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«Nell’ultimo anno la società russa è cambiata radicalmente. Abbiamo vissuto più di due decenni di umiliazioni, come Paese e come popolo. Abbiamo subìto sconfitta dopo sconfitta. Il Paese che i russi avevano costruito, l’Unione Sovietica, si è suicidato. È stato un suicidio assistito da stranieri interessati. Per 23 anni siamo stati in piena depressione collettiva. Il popolo di un grande Paese ha un costante bisogno di vittorie, non necessariamente militari, ma deve vedersi vincente. La riunione della Crimea alla Russia è stata vista dai russi come la vittoria che ci era mancata per così tanto tempo. Finalmente. È stata qualcosa di paragonabile alla Reconquista spagnola».

 

È stato tutto nella sua vita, Eduard Veniaminovich Savenko, alias Eduard Limonov. Teppista di periferia, giornalista, forse agente del Kgb, mendicante, vagabondo, maggiordomo di un nababbo progressista americano, poeta, scrittore à la page nei salon parigini, dissidente, irresistibile seduttore, cecchino nelle Tigri di Arkan durante la decomposizione della Jugoslavia, leader politico, fondatore del Partito nazional-bolscevico, prima di vederlo sciolto e di creare L’Altra Russia.

Ma Limonov, aspro come l’agrume da cui viene il suo pseudonimo, è soprattutto un antieroe, un esteta del gesto, un outsider che ha sempre scelto di proposito la parte sbagliata, senza mai essere un perdente. Al fondo, Eduard Limonov è un grande esibizionista, che però non ha mai avuto paura di rischiare e di pagare prezzi anche molto alti, per tutti i due anni di prigionia, culminati nel 2003 nei due mesi trascorsi nella colonia penale numero 13, nelle steppe intorno a Saratov. Può quindi sembrare paradossale che, per la prima volta nella sua vita spericolata, il personaggio reso celebre dall’omonimo libro di Emmanuel Carrère si ritrovi non più ai margini, non più nelle catacombe della conversazione nazionale russa, eccentrico carismatico in grado di appassionare poche decine di desperados, ma sia in pieno mainstream, aedo dell’afflato nazionalista, che i fatti d’Ucraina e la reazione dei Paesi occidentali hanno acceso nello spirito collettivo della nazione.

Limonov riceve «la Lettura» nel suo piccolo appartamento nel centro di Mosca, non lontano dalla Piazza Majakovskij. Un giovane alto e robusto viene a prenderci per strada, accompagnandoci su per le scale. Un altro marcantonio ci apre la porta blindata. Sono i suoi militanti, che gli fanno da guardie del corpo. Avrà anche 71 anni, ma a parte i capelli argentei, ne dimostra venti di meno. Magro, il volto affilato, il famoso pizzo, l’orecchino, è tutto vestito di nero, pantaloni attillati e giubbotto senza maniche su golf a collo alto. Parla con una voce sottile, leggermente stridula. Ha modi molto miti e gentili, totalmente fuori tema con i furori che hanno segnato la sua vita. «Voi occidentali non state capendo nulla », esordisce, mentre offre una tazza di tè.

 

     - Che cosa non capiamo?

 


«Che il Donbass è popolato da russi. E che non c’è alcuna differenza con i russi che abitano nelle regioni sud-occidentali della Federazione, come Krasnodar o Stavropol: stesso popolo, stesso dialetto, stessa storia. Putin sbaglia a non dirlo chiaramente agli Usa e all’Europa. È nel nostro interesse nazionale».

 

     - Quindi l’Ucraina per lei è Russia?

 

«Non tutta. L’Ucraina è un piccolo impero, è composta dai territori presi alla Russia e da quelli presi a Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Ungheria. I suoi confini sono le frontiere amministrative della Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina. Non sono mai esistiti. È territorio immaginario che, ripeto, esisteva solo a scopi burocratici. Prenda Leopoli, cosiddetta capitale del nazionalismo ucraino: lo sapeva che l’Ucraina l’ha ricevuta nel 1939 per effetto della firma del Patto Molotov-Ribbentrop? In quel momento il 57% della popolazione era polacca, il resto erano ebrei. Di ucraini poche tracce. Il Sud del Paese poi venne dato all’Ucraina dopo essere stato conquistato dall’Armata Rossa. Questa è la storia. Ma quando l’Ucraina ha lasciato l’Urss non ha restituito quei territori, a cominciare dalla Crimea ovviamente, che le era stata regalata da Krusciov nel 1954. Non capisco perché Putin abbia ancora paura di dire che Donbass e Russia sono la stessa cosa».

 

     - Forse perché ci sono confini riconosciuti a livello internazionale.

 

«A nessuno fregò nulla dei confini internazionalmente riconosciuti nel 1991, quando l’Unione Sovietica fu sciolta. Qualcuno disse qualcosa? No. Questa è la mia accusa all’Occidente: applica due standard alle relazioni internazionali, uno per i Paesi come la Russia e uno per se stesso. Non ci sarà pace in Ucraina fin quando non lascerà libere le colonie, intendo il Donbass. L’errore di Putin è non dirlo apertamente».

 

     - Forse Putin fa così perché non vuole annettere il Donbass come ha fatto con la Crimea, perché sono solo problemi.

 

«Forse lei ha ragione. Forse non avrebbe voluto neppure la Crimea. Ma il problema è suo, gli piaccia o meno. È il capo di Stato della Russia. E rischia la reputazione».

 

     - Non si direbbe, a giudicare dalla sua popolarità, che rimane superiore all’80%.

 

«È ancora l’effetto inerziale della Crimea. Ma se abbandonasse il Donbass al suo destino, lasciandolo a Kiev, con migliaia di volontari russi sicuramente destinati a essere uccisi, la sua popolarità si scioglierebbe come neve al sole. Non sembra, ma Putin è in un angolo».

 

     - Che cosa farà, secondo lei?

 

«Reagisce bene. Si sta radicalizzando. Ha capito che gli accordi di Minsk sono una balla, aiutano solo il presidente ucraino Poroshenko. Anche se controvoglia, dovrà agire. Quando un anno fa emerse il problema della Crimea, Putin era preso dall’Olimpiade di Sochi, che considerava l’impresa della vita. Era felice. Ma fu obbligato a usare i piani operativi dell’esercito russo, che ovviamente esistevano da tempo. Certo la Crimea è stata la sua vittoria, anche se malgré lui. Il Donbass non era affatto nel suo orizzonte. In Occidente tutti lo accusano di volerlo annettere, in realtà è molto esitante».

 

     - Dopo l’Ucraina quale sarà il prossimo territorio da riconquistare, i Paesi baltici?

 

«Intanto non penso che i Paesi baltici abbiano nulla a che fare con la Russia. Quanto all’Ucraina, credo che dovrebbe esistere come Stato, composto dalle nove province occidentali che possono essere considerate ucraine. Non sarò io a negare la loro cultura eccezionale e la loro bella lingua. Ma, ripeto, lascino i territori russi».

 

     - Lei lo ha attaccato molto in passato: Putin è o no il leader giusto per la Russia?

 

«Siamo un regime autoritario. E Putin è il leader che ci ritroviamo. Non c’è alcuna possibilità di mandarlo via. Ma c’è una differenza tra il Putin dei due primi mandati e quello di oggi. Il primo fu pessimo, soprattutto impegnato a gestire il suo complesso d’inferiorità del piccolo ufficiale del Kgb. Gli piaceva la compagnia dei leader internazionali, Bush junior, Schröder, Berlusconi. Ma nel tempo ha imparato. È migliorato. Ha detto addio alle luci del varietà e si è messo al lavoro sul serio. Vive tempi difficili, ma fa ciò che è necessario. E non è possibile oggi chiedergli di non essere autoritario».

 

     - Ma la Russia può non essere un Paese autoritario?

 

«Se Obama continua a dire che ci devono punire, ci costringe a darci dei leader autoritari».

 

     - Che cos’è per lei la Russia?

 

«La più grande nazione europea. Siamo il doppio dei tedeschi. A dirla tutta, noi siamo l’Europa. La parte occidentale è una piccola appendice, non solo in termini di territorio, ma anche di ricchezze».

 

     - Per la verità l’Ue è la prima potenza commerciale al mondo.

 

«Ci sono cose più importanti del commercio e dei mercati».

 

     - Ma se siete la più grande potenza europea, perché siete così nazionalisti?

 

«Non siamo più nazionalisti di francesi o tedeschi. Siamo una potenza più imperiale che nazionalista. Le ricordo che in Russia vivono più di 20 milioni di musulmani, ma non sono immigrati, sono qui da sempre. Noi siamo anti-separatisti. Certo, in Russia c’è anche un nazionalismo etnico, per fortuna minoritario, ma per noi significa soltanto guai. Io non sono un nazionalista russo, non lo sono mai stato. Mi considero un imperialista, voglio un Paese con tante diversità ma riunito sotto la civiltà, la cultura e la storia russe. La Russia può esistere solo come mosaico».

 

     - Ma siete o no parte del mondo occidentale?

 

«Non è importante. È una questione dogmatica, senza significato reale. La Corea del Sud è parte del mondo occidentale? No, eppure viene considerata come tale. Dov’è la frontiera dell’Occidente? Non è rilevante per i russi».

 

     - Che cosa contraddistingue l’identità russa?

 

«La nostra storia. Noi non siamo migliori degli altri, ma non siamo neppure peggiori. Non accettiamo di essere trattati come inferiori, snobbati o peggio umiliati. Questo ci fa molto arrabbiare. È il nostro stato d’animo attuale».

 

     - Ma, per esempio, l’Occidente si richiama ai valori della Rivoluzione francese, democrazia, divisione dei poteri, diritti umani. La democrazia è parte dei vostri valori?

 

«Per i russi la nozione più importante e fondamentale è quella di spravedlivost, che significa giustizia, nel senso di giustizia sociale, equità, avversione alle disuguaglianze. Penso che la nostra spravedlivost sia molto vicina a quella che voi chiamate democrazia».

 

     - Le sanzioni e la crisi economica possono minacciare il consenso di Putin?

 

«Penso che l’economia nel mondo di oggi sia sopravvalutata. Il motore della storia sono le passioni. Alle pressioni economiche si può resistere. E resisteremo. Certo Putin deve fare la sua parte in Donbass. Guardi alla nostra storia: l’assedio di Leningrado, la battaglia di Stalingrado. Possiamo farcela. In molti hanno provato a colpirci, da Napoleone a Hitler. Ma l’orgoglio nazionale russo pesa più delle politiche economiche e credo di conoscere bene il carattere del mio popolo».

 

Paolo Valentino

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Gli occidentali non capiscono la Russia, e Limonov ce lo ricorda

 

I russi hanno l’“anima”, dice Virginia Woolf, gli inglesi invece no. E’ qui la differenza incomprensibile ai più

 

di Alfonso Berardinelli 

|                                                                              12 Febbraio 2015 

 

IL FOGLIO  quotidiano

Abbiamo davanti agli occhi Vladimir Putin, uomo che non può piacere, che nasconde, ma non tanto, astuzia, volgarità, violenza: il corpo massiccio allenato per anni nelle palestre del Kgb, mentre il gelido, affilato musetto mostra un’arroganza guardinga e pronta a decisioni ambigue e inaspettate.

 

Vediamo un uomo temibile e poco interessante, ma cosa vediamo della Russia? Ogni volta che si apre una nuova crisi o se ne aggrava una in corso, gli esperti avvertono: bisogna stare attenti, dietro Putin c’è la Russia e noi in occidente la Russia non la capiamo.

 

“Voi occidentali non state capendo nulla”. E’ questo il primo punto messo in chiaro in un’intervista da Eduard Limonov in carne e ossa, reso famoso dall’omonimo romanzo che Emmanuel Carrère gli ha dedicato.

 

Limonov è un mosaico di caratteri russi, un esteta con spiccate tendenze delinquenziali. In effetti sembra inventato per illustrare la sempre allarmante complessità di un paese la cui vita sociale è stata distrutta dalla rivoluzione bolscevica, in cui poteva sembrare che il comunismo sarebbe stato cancellato dalla lingua, dalla memoria, dai pensieri di un intero popolo: e invece ecco che Limonov è riuscito a fondare (per chiarire subito come stanno le cose) un nuovo partito nazional-bolscevico.

 

La Russia era una grande potenza quando era comunista e quella potenza non si dimentica facilmente. Essere nazional-bolscevichi significa che “in qualche modo” la cosa non è del tutto finita, non muore: ogni volta rinasce il nazionalismo da grande potenza, che non va umiliato e offeso, altrimenti sono guai.

 

Insomma, siamo sempre lì, non abbiamo capito la Russia, diciassette milioni di chilometri quadrati tra Europa e Asia, il più esteso paese del mondo che arriva fino allo stretto di Bering davanti all’Alaska.

La Russia appartiene o no all’Europa? Sì e ma. Dai tempi di Pietro il Grande ha guardato all’Europa. E all’inizio di “Guerra e pace” per parecchie pagine l’aristocrazia non fa che parlare in francese, la lingua dell’Encyclopédie. Senza la letteratura russa non saremmo intellettuali moderni.

       Senza Dostoevskij e Aleksandr Blok, Tolstoj e Marina Cvetaeva, non sapremmo niente di quello che può bruciare in una vita e in una mente umana. Quasi nessuno riesce a negare che il romanzo, il genere centrale della letteratura moderna, ha dato in Russia i suoi capolavori insuperati.

 

Di questo parla Virginia Woolf in una serie di scritti ripubblicati ora in “L’anima russa”, un volumetto delle edizioni Elliot con introduzione di Benedetta Bini. In un articolo del 1917 la scrittrice inglese parla di Dostoevskij come del “grande genio che sta permeando le nostre vite” e afferma che di tutti i grandi scrittori “nessuno ci pare così sorprendente, così sconcertante”.

 

Frasi come quelle che si leggono nell’“Eterno marito” (recensito dalla Woolf) non sarebbero concepibili in un romanzo inglese: “Sì, mi amava con odio, questo è l’amore più forte (…) cioè veniva per sgozzarmi ma pensava di venire ‘per abbracciarmi e piangere’ (…) Il mostro più mostruoso è il mostro con nobili sentimenti”. E un racconto come “La mite” è scritto “dall’inizio alla fine con una potenza che trasforma tutto ciò che possiamo mettergli accanto nel più scialbo dei luoghi comuni”.

 

Da dove viene un tale turbine? Con che cosa lo scrittore “costruisce la sua versione della vita”? Per tutto questo la parola giusta, secondo la Woolf, è “anima”. I russi hanno l’anima, mentre gli inglesi no. La mettono da parte, la nascondono: “Il nostro lento intelletto inglese” separa, non mescola, “è incline alla satira piuttosto che alla compassione, all’osservazione della società piuttosto che alla comprensione degli individui”. Dunque una delle culture più individualiste, come quella inglese, più pronta a riconoscere stravaganze e diritti individuali, secondo la Woolf è poco interessata a capire gli individui.

 

La società inglese era imbrigliata da una fitta rete di tradizioni, abitudini, leggi infrangibili benché non scritte, gerarchie e distinzioni di classe, mentre Dostoevskij non ha sofferto di queste limitazioni: nei suoi romanzi “l’anima non è trattenuta da barriere. Tracima, dilaga”. E così un impiegato di banca, un postino, una domestica e qualche principessa possono incontrarsi e convivere nello stesso spazio: “Niente è escluso dalla provincia di Dostoevskij”.

 

Lo stesso avviene, in senso inverso, dall’esterno verso l’interno, in Tolstoj: “Nulla sembra sfuggirgli. Nulla gli scivola addosso senza essere notato (…) il blu o il rosso del vestito di un bambino, il modo in cui un cavallo muove la coda, il suono di un colpo di tosse, il gesto di un uomo che cerca di infilare le mani nelle tasche”.

 

Ritrovo questa esuberanza incondizionata di anima e di vita in un libretto di Sergej Esenin, “Nei pressi di Acquabianca” (Edizioni Via del Vento). Poeta contadino negli anni della rivoluzione, suicida trentenne nel 1925, ora Esenin ha un monumento a Mosca. La sua vita è stata una tempesta di amori, angosce, poesia, alcolismo, instabilità. Bellissimo, poeta di successo, pieno di amici, amò donne e uomini, ma gli uomini più a lungo, sposò la grande ballerina americana Isadora Duncan, che aveva diciassette anni più di lui. In America, al seguito di lei, nessuno lo conosceva e lui parlava solo il russo. Non riuscì a essere, come avrebbe voluto, poeta della rivoluzione e alla rivoluzione non riuscì a resistere. Majakovskij, che pure si suicidò cinque anni più tardi, in una poesia gli rimproverò amichevolmente di essersi suicidato.

 

Torno a Limonov, intervistato domenica scorsa sul corriere da Paolo Valentino ***. Dice che l’Ucraina non esiste, è un’invenzione, “è composta dai territori presi alla Russia e da quelli presi alla Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Ungheria”. Poi riconosce che la loro lingua è una bella varietà di russo e la loro cultura è di grande qualità.

 

Ma quando parla di politica Limonov non è solo un esibizionista, sa quello che dice, lo dice perché lo pensano i russi e Putin non può deluderli. Quindi “anche se contro voglia dovrà agire” e riprendersi i territori ucraini abitati da russi.
Non so se la Russia abbia ancora una grande anima, ma come dice Limonov non va dimenticato che è “la più grande nazione europea”, benché fuori dall’Unione europea.

 

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         Intervista Limonov 7 giugno 2014

 

"Quella stretta di mano non piace ai russi"

dal nostro corrispondente NICOLA LOMBARDOZZI    

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  Limonov:

Eduard Limonov - Mosca

 

Un nazionalista duro e puro come lo scrittore Eduard Limonov non poteva certo intravedere speranze di pace nella stretta di mano tra Putin e Poroshenko: "Non avete capito che la pace o la guerra non dipendono da quei due. E' la gente del Donbass che ha detto basta e nessuno riuscirà a fermarla".

Oppositore del governo, ma a suo modo avversario dei contestatori tradizionali di Putin, lo scrittore maledetto, diventato famoso come protagonista del romanzo di Carrére, vede ancora sangue e morte nel futuro dell'Ucraina dell'Est.

  - Crede che Putin non sia in grado di controllare i cosiddetti ribelli del Donbass?


"E' evidente che non li controlla. Per esempio aveva chiesto loro di non fare il referendum dell'11 maggio. E lo hanno fatto lo stesso. Se adesso dovesse chiedere di deporre le armi riceverebbe la stessa risposta: un cortese rifiuto. D'altra parte non controllava nemmeno la gente di Crimea".

  - In Crimea c'erano i soldati russi, tutto sembrava organizzato a dovere.


"Macché. Putin non aveva alcuna intenzione di annettersi la Crimea. Poi la situazione gli ha preso la mano e, inconsapevolmente, ha guadagnato una popolarità insperata presso la popolazione. Ma ora deve stare attento".

  - Attento a cosa?


"I russi hanno apprezzato la difesa della gente di Crimea. Non gli perdonerebbe un eventuale abbandono dei nostri compatrioti che lottano in Ucraina".



  - Ma pensa che Putin abbia davvero intenzione di mollare la presa sul Donbass?


"Certo non avrebbe dovuto incontrare Poroshenko. Si è fatto intortare da Hollande e dalla Merkel. A un tipo come Poroshenko avrebbe dovuto dire: "Non ti voglio vedere, cane sanguinario". Invece con quella stretta di mano ha offeso la dignità dei cittadini russi".

  - Va bene che la provocazione è il suo mestiere, ma non le sembra di esagerare?


"Ma perché dovremmo fidarci di un personaggio come Poroshenko? Ha ordinato un'offensiva che sta massacrando i civili e sta continuando anche adesso mentre parliamo. Voleva farlo in poche ore, poi dopo qualche batosta militare ha rallentato il ritmo. Ma non intende fermarsi".

  - Anche lui ha il suo problema con gli estremisti neonazisti che tuttora presidiano la Majdan di Kiev.


"Sono stati loro a fare tutto questo disastro. Poroshenko è un personaggio di secondo piano messo lì con elezioni fasulle solo per calmare quei criminali. Ma non conta niente. Vedrete che entro un anno lo cacceranno".

 - E i russi di Ucraina? 


"Loro non ci stanno. Si stanno comportando da eroi e continueranno a difendersi da un regime imposto con un colpo di Stato. Spero solo che Putin non li lasci soli".

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             INTERVISTA DI EDUARD LIMONOV

 

Lucia Sgueglia per ‘La Stampa' - 27/02/2014

 

 

Mentre sale la tensione in Crimea e Mosca non esclude manovre militari al confine con l'Ucraina, il russo Eduard Limonov, nato a Kharkiv, recluta i seguaci a sostenere l'indipendenza di Simferopol, auspicando un effetto «a catena» in tutto l'Est ucraino: «Non staremo a guardare come uccidono i russi» dice, e sul suo blog apre le iscrizioni per la «Società dei fan del turismo in Crimea», possibilmente con esperienza militare e pronti a partire se «la stagione turistica si aprisse all'improvviso».

LIMONOV NELLA
 PIAZZA ROSSALIMONOV NELLA PIAZZA ROSSA

 

- Non le sembra di giocare col fuoco?


«E perché? C'è già la guerra civile laggiù! Tutte quelle persone uccise, i Berkut... Kiev è già una rovina, come nella guerra mondiale. La nostra iniziativa serve a coordinare e unire tutte le persone che vogliono aiutare la Crimea. Dobbiamo dimostrare che nessuno può imporle la propria volontà».

 

- In che modo? Secondo lei la Russia dovrebbe mandare i carri armati?


«Non dico che dobbiamo attaccare. Ma la Russia per me deve dichiarare il proprio sostegno alla Crimea: o inviando dei volontari, come minimo, per aiutare la popolazione russa in loco ad auto-organizzarsi. O appoggiandone, ad esempio, l'indipendenza. E come opzione massima, mandare un contingente militare».

LIMONOV A PROCESSO NELLIMONOV A PROCESSO NEL 2003

 

- L'Ucraina per lei è Russia?


«No, certo, l'Ucraina non è Russia. Ma ci vivono 9 milioni di russi: sono nostri compatrioti. L'interesse della Russia è appoggiare l'Ucraina. L'Ucraina non è mai stata unita, è stato il potere sovietico a crearla e unirla, a partire dalla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (1919, capitale Kharkov), fino al 1991.

 

Lo Stato ucraino non è mai esistito. Ma hanno un Paese, una cultura, una lingua eccezionali. E quelli che ora distruggono le statue di Lenin, forse vogliono rifiutare anche la Crimea che gli fu regalata da Krusciov nel 1954? È una enorme contraddizione. Io vorrei che l'Ucraina si dividesse in due: l'Occidente è austro-ungarico, mentre l'Oriente da sempre è stato parte dell'Impero russo».

 

- Come giudica il governo attuale instaurato a Kiev?


«Rappresenta solo l'Ovest del Paese, che è arrivato tardi, per ultimo, nell'Ucraina: nel 1939 la Transcarpazia annessa dalle forze sovietiche, e poi nel 1945. Lì vigono valori diversi: c'è l'influenza del cattolicesimo, più quella austro-ungarica. La guerra dei partigiani di Bandera contro i sovietici lì è durata fin quasi agli Anni 60».

 

LIMONOV ALLUSCITA DAL CARCERELIMONOV MANIFESTAZIONE 2013

 

- A Mosca ora si grida ai «pogrom antirussi» puntando il dito contro il «nazionalismo» di Kiev. Ma Lvov, da sempre roccaforte europeista e pro-opposizione, ieri ha dichiarato una «giornata della lingua russa» in solidarietà con l'Est del Paese, contro la decisione del parlamento di abrogare il russo come seconda lingua.


«Sono solo pubbliche relazioni. È un nazionalismo campanilista. I rappresentanti ora al potere a Kiev vengono tutti dall'Ucraina occidentale, sono nazionalisti occidentali».

 

- Putin tace, come mai?


«Lui cerca sempre di nascondersi. È un leader debole, ma comunque più forte di Yanukovich, che è un imbroglione. Se Putin dicesse che la Russia sostiene la Crimea, lì subito si attiverebbero. Ma non mi aspetto nulla da lui, la sua è una politica evasiva».

 

Yulia Tymoshenko con sua figlia prima di parlare alla piazzaYulia Tymoshenko con sua figlia prima di parlare alla piazza

 

- E l'Europa?


«Per l'Europa è indifferente chi distrugge i Paesi. Guardi cos'è successo in Siria: lì hanno scelto gli estremisti islamici per compiere l'opera, ora in Ucraina per questo ruolo hanno preso gli estremisti-nazionalisti».

 

Una rosa rossa fra le barricateUna rosa rossa fra le barricate

 

 

- L'Ucraina è così importante per i russi?


«Certo, e molto: quel che accade è la situazione più tragica dalla fine dell'Urss. Nel 2004 noi (oppositori russi, ndr) appoggiammo la rivoluzione arancione: perché era diversa, era pacifica e liberale. Ora invece lì non ci sono europeisti contemporanei, ma modelli di fine guerra».

 

 

- Sarebbe pronto a lottare in prima persona per i russi di Crimea, come fece quando sparò su Sarajevo al fianco dei cecchini serbi?


«Questo lo dice lei. Io posso dire solo che sono pronto ad andare in Ucraina, se sarà necessario, per aiutare il popolo».

 

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Articolo di Eduard Limonov  pubblicato in Izvestia 

13 Agosto 2014

 

http://teodora.iobloggo.com/7/eduard-limonov----sul-cinismo-di-coloro-che-tentano-di-screditare-il-convoglio-umanitario-/&y=2014&m=08

 

 Sul cinismo di coloro che tentano di screditare il convoglio umanitario

 

 

Il patriottismo – la minaccia per gli affari I popoli non sono mai separati l’uno dall’altro come esattamente lo indicano le frontiere.

E così possiamo dire che i mongoli vivono non solo in Mongolia ,ma anche nella nostra Buriazia russa e nella nostra Tuva. Tutti coloro sono della stirpe mongola .

E il nostro stimato ministro della difesa Shojgu per un paradossale caso proviene proprio da quella stirpe , come il condottiero di Gengis khan ,Subedei – bagatur ) bagatur - titolo onorifico turco – mongolo ) , se vi ricordate la battaglia sul fiume Kalka , quando i mongoli travolsero i principi russi.

Questo è tanto per cominciare. E’ un’esca con la quale vi ho agganciati . Per farvi leggere il seguito con l’interesse.

Volgiamo lo sguardo verso i distretti di Doneck e Lugansk dove attualmente a tutto gas è diretto un convoglio umanitario dalla Russia . 280 camion. Un’eccellente trovata nazionale per avere un vantaggio morale sulle autorità di Kiev che rilasciano le rivoluzionario – nazionalistiche e militari bolle di sapone( con l’acqua alla gola) a per giunta demolendo sanguinosamente tutto ciò che è vivo a Donbass.

I loro ordigni ruggiscono nell’ ardente cielo di questa estate infernale e tutto ciò che umano i rivoluzionari di Kiev lo hanno dimenticato . E noi a Donbass con lo zucchero , medicine , l’acqua, farina, pasta, conserve e gli alimenti per bambini. Noi , di colpo , ci sentiamo superiori.

In Russia si sono già trovati i sapienti che stanno scrutando, osservando , sorvegliando e denigrando. Denigrano il convoglio umanitario. Capperi! Eccoli!

E bastato ad un anonimo soldatino annunciare che i “ KamAZ” e gli altri camion per il convoglio umanitario sono stati ridipinti di colore bianco in quanto precedentemente erano dei mezzi di trasporto militari ( egli lo ha visto di persona) che subito nei siti social si era levato un ululato per questo motivo . Ma c’è una sostanziale differenza in tutto questo .E’ chiaro che li avevano ridipinti per non spaventare i rivoluzionari di Kiev con il colore kaki . E perché non lo bombardassero lo dipinsero di bianco .

Qui c’è poco da rievocare un barboso aneddoto : vogliamo andare o giocare a dama? ( perdere tempo) . Qui c’è una molto più profondo e sfondo abbominevole . Gli spioni e denigratori hanno lo scopo - danneggiare il proprio potere russo soltanto perché esso rappresenta il potere e per giunta quello russo ..

Sono state dimenticate le case bombardate e ridotte in polvere , le migliaia di pacifici cittadini morti , i bambini sulle barelle, le donne in lacrime e i vecchi. Tutto ciò che viene chiamato - sia i principi democratici e quelli umanitari che ci avevano inculcato prima di questa guerra – sono stati dimenticati . E’ rimasto solo l’odio verso il potere , e ciò significa anche l’odio verso il Donbass.

Ossessivamente viene tirata fuori la tesi: “ Non abbiamo niente da fare lì, quella è Ucraina”. Quando venivano create le unità amministrative nell’ambito di Urss e in quel contesto anche la Repubblica Ucraina nessuno pensava che la frontiera amministrativa taglierà la regione russa di Donbass in due parti ed esse si troveranno nei diversi stati - russo e ucraino .In quanto allora lo stato era uno solo – Urss.

E adesso con la bava alla bocca , con furore, vogliono sottomettere il Donbass russo. Lì , è vero vivono anche gli ucraini , ma essi in quella regione non costituiscono la maggioranza. I liberali moscoviti gridano , che lì non ci sono i russi , che parlerebbero in suržik.

E qui mi viene in mente il famoso nazionalista degli anni 1990 - Barkašov. Quando lo andai a trovare e gli domandai – secondo me ciò era accaduto nel 1996 – andranno i suoi uomini di RNE a Kökşetaw ad aiutare l’insurrezione russa per dividere il distretto dal Kazakistan ,Barkašov mi disse tranquillo tranquillo : “ Lì non ci sono i veri russi , Eduard, lì sono tutti mischiati con i čurki “( abitanti dell’Asia centrale) .

Oggi , in effetti i liberali rimarrebbero sulle posizioni di Barkašov , a Donbass non ci sono i russi , parlano in suržik; questa è Ucraina e perciò la Russia dovrebbe lavarsi le mani. Ma è successo che lo Stato Russo si è dimostrato più onesto, più compassionevole, più umanitario e democratico dei liberali.

Ma i liberali arrivano a dire le cose ancor più ciniche . Ho sentito ieri una frase incantevole nel suo cinismo: “ Il convoglio umanitario rappresenta una minaccia per il grande business russo. Perché questa ingerenza negli affari interi dell’Ucraina fa irritare l’Occidente . E adesso con i nostri businessmen nessuno vorrà entrare in affari. Non si fidano di noi. Proprio così.

Voglio dire che gli interessi del business e quelli della nazione non vanno affatto di pari passo. Quando lo stato d’animo , amore, e l’indignazione del popolo bollono allora bisogna rinunciare agli interessi del business. Il popolo e il suo stato d’animo -sono delle priorità. La priorità del business – è una moda liberale , è un volgare economismo portato all’assurdo. Quando tutti i moti dell’umanità vengono letti in chiave economica. E questa è anche una grande bugia e un grande inganno.

La molla che fa scattare e portare l’umanità in moto sono state sempre passioni. Amore e odio. Noi amiamo il nostro eroico Donbass e voi che non lo amate vi trovate in una schiacciante minoranza. Ed è per questo che ve la vedrete brutta. Vi tireranno le pietre . Perché voi , pigmei , avete attentato all’amore della nazione

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  Le vite bruciate nella neve di Lugansk

 

 

di Vauro Senesi,  inviato a Pervomaisk (est Ucraina)


Il Fatto Quotidiano, 27/12/2014

 


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Città e villaggi della Repubblica separatista nell’Est ucraino sistematicamente colpiti dall’esercito di Kiev: ospedali, scuole, centrali idriche ed elettriche in macerie. I pochi che non sono fuggiti in Russia sopravvivono con la morte nel cuore

 

 

AI BORDI DELLA STRADA chiazze di neve gelata, sporche, si contendono spazio con i crateri anneriti delle esplosioni.

 

Pervomaisk“, Primo Maggio, è scritto sul cartello,anche quello crivellato di schegge d’obice, all’ingresso di questa città a pochi chilometri da Lughansk, la capitale della autoproclamata Repubblica Popolare del Lughansk, nella regione russofona del Donbass.

 

Ci fermiamo in uno spiazzo circondato da palazzi di edilizia popolare, sette o otto piani, squadrati, di stile sovietico.

 

La loro geometria monotona è interrotta, stravolta da squarci nelle mura che paiono eruttare colate di macerie fossilizzate.

Uno degli squarci è talmente grande da attraversare la struttura lasciando intravedere dall’altra parte delle pareti annerite dal fuoco uno spicchio di cielo grigio.

 

“Lì viveva una madre con i suoi tre bambini…”. Si sono avvicinate quattro donne di mezz’età imbacuccate per il freddo. “…non è rimasto nulla di lei e dei suoi figli. L’esplosione li ha disintegrati tutti” ci dice, indicando la voragine, una di loro, Irina.

 

Racconta senza che dalla sua espressione trapeli alcuna emozione. Dolore, commozione, paura, forse tutte le emozioni di Irina sono bruciate, ridotte in macerie come la città in cui continua a vivere.

 

Prima della guerra contava 25.000 abitanti, adesso ne sono restati meno di 8000, la maggior parte ha cercato rifugio in Russia. Non c’è più elettricità, né acqua corrente. Centrale elettrica, acquedotto, tutto distrutto dai bombardamenti. 

 

“Ma perché non ve ne andate, non fuggite?” . Irina scuote la testa rassegnata ed ostinata. “Questa è la nostra terra”. “Ma come fate a sopravvivere così?”. “I cosacchi ci portano il cibo quando ne hanno. Quando non ne hanno a sufficienza se ne privano per noi”.

 

 

Tutta quest’area è difesa dalla Guardia Nazionale Cosacca della Grande Armata del Don. “Solo loro pensano a noi. L’Europa arma l’esercito ucraino che ci bombarda. Perché? Anche noi eravamo ucraini”.

 

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LO SCOPPIETTITO ansimante di un motore interrompe lo sfogo di Irina. Un vecchio e scassatissimo camioncino entra nel cortile facendo lo slalom tra carcasse di auto bruciate, mucchi di immondizia e cumuli di macerie.

 

 

Come attratti da un richiamo altri gruppi di donne escono dalle palazzine semi distrutte con in mano sporte di bottiglie e tanichette di plastica. Il camioncino si ferma. Sullo sportello , dipinti a mano, una stella rossa e il simbolo della pace.

 

Il conducente è ancor più vecchio del mezzo. Magro, il viso incorniciato da una folta barba bianca, sul capo una consunta bustina dell’armata rossa della seconda guerra mondiale.

Saluta le donne con un sorriso e le aiuta a riempire bottiglie e taniche di acqua potabile dalla cisterna di plastica montata sul cassone del camion.

 

La prima linea del fronte si trova poco al di là di queste palazzine. Una donna che spinge un passeggino con un bambino piccolo attraversa la strada spezzata ad una cinquantina di metri da una trincea protetta da tronchi d’albero, sacchetti di sabbia e da una garitta di travi di legno dalla quale spunta la canna di una mitragliatrice pesante.

 

E’ questo l’avamposto più avanzato della difesa di Pervomaisk presidiato dall’armata cosacca. Riparato dietro le mura di una casa distrutta c’è un gazebo di plastica. Sotto, in un barile arrugginito, brucia un po’ di legna.

 

E’ il turno di Roman di scaldarsi. Stende le mani intirizzite dal freddo sul braciere di fortuna godendosi un po’ di tepore e di silenzio.

“Tre giorni che c’è silenzio…” ci dice abbozzando un sorriso tra la barba rada e biondiccia che gli copre le guance… “Dopo trentadue giorni nei quali siamo stati incessantemente sotto il fuoco dell’artiglieria.”

 

Roman ha 28 anni. Ne dimostra meno, nonostante le occhiaie di stanchezza impresse sul volto,la mimetica che indossa e il Kalashnikov a tracolla.

 

Non sa per quanto ancora ci sarà silenzio e non sa quanto ancora durerà questa guerra. “Vogliamo la pace ma sul nostro pezzo di terra. Riunirsi all’Ucraina non è più possibile. L’esercito di Kiev ha sparato sul proprio popolo. Non ci resta che resistere fino in fondo”.

 

Ed è proprio della Resistenza che parla Roman. “Contro i nazisti di là…”. Indica con il braccio la linea del fronte. “… Di là c’è anche il battaglione Azov della Guardia Nazionale Ucraina. Hanno la svastica sulla uniforme. Come è possibile che l’Europa li sostenga?”.

 

 

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AZOV, AIDAR, DONBASS-DNEPR, DNEPR UNO, DNEPR DUE, sono i battaglioni composti da volontari di estrema destra integrati nelle forze regolari ucraine e finanziati, al pari del gruppo neo fascista Pravij Sektor, dall’oligarca Igor Kolomoisky, Il ricchissimo e potente governatore della regione di Dnepropetrovsk che oltre a quello ucraino ha anche passaporto cipriota ed israeliano.

 

 

Sorride di nuovo Roman mentre ci saluta alzando il pugno . “No pasaran!”. Il saluto dei repubblicani della guerra di Spagna qui tra i cosacchi ha trovato nuova vita e purtroppo riacquistato senso ed è divenuto comune.

 

“No pasaran!” ripete Roman come volesse rassicurare anche noi. “LIUDJ” scritta a grandi caratteri con la vernice bianca, questa parola che in russo significa “Persone”, si ripete a tratti dipinta su abitazioni e scuole.

 

Un segnale che lì ci sono civili, non combattenti. Un tentativo di protezione dal fuoco dei bombardamenti. La vediamo anche sul muro di una casa bruciata mentre lasciamo Pervomaisk per continuare questo nostro viaggio nella distruzione verso Novosvietlavka, sulla via che conduce al vecchio areoporto.

 

“LIUDJ”, persone. E’ proprio contro le persone che questa guerra pare accanirsi.

 

Siamo partiti da Lughansk, abbiamo attraversato Stakanov, Pervomaisk e ovunque abbiamo visto scuole, ospedali, fabbriche, centrali elettriche ed idriche distrutte.

 

Sistematicamente vengono colpite tutte le strutture vitali per la popolazione delle città e dei villaggi. Non è possibile non scorgere un disegno pianificato di pulizia etnica.

La volontà di costringere le “Persone” che qui vivono e sopravvivono ad abbandonare quest’area e rifugiarsi in Russia , come molti sono già stati costretti a fare, facendo intorno a loro terra bruciata.

 

 

TERRA BRUCIATA è il villaggio di Novosvietlavka. Bruciate quasi tutte le semplici isbe che lo compongono.

 

Distrutto l’acquedotto, la casa della cultura, la chiesa, la scuola. Sulle macerie di quest’ultima, vicino alla carcassa di uno scuola-bus giallo crivellato di colpi, è rimasto in piedi un grande cartello con ritratti ragazzi e ragazze felici sotto la scritta “Quelli della scuola sono gli anni più belli” che suona drammaticamente ironica in questo sfacelo.

 

Anche l’ospedale è ridotto ad un cumulo di macerie. Il viceprimario Vladimir Nikolaj Svarjevsky cerca di darsi un contegno. Pare vergognarsi, nemmeno fosse lui il responsabile di questa devastazione.

 

Ma poi cede e gli occhi gli si riempiono di lacrime, la bocca di parole di un racconto dell’orrore che sembra non volersi interrompere più. “Qui sono arrivati i miliziani del battaglione Aidar…”.

 

Saccheggi, fucilazioni, fosse comuni, cadaveri profanati per sfregio… Pochi sono gli abitanti rimasti a Novosvietlavka. C’è un vecchio. “Mi sono rifugiato in cantina. Quattro giorni nascosto al buio, senza cibo ne’ acqua”.

Un gruppo di ragazzini che aspetta, vicino alla carcassa di un carrarmato bruciato, un bus che li porterà ad una scuola a dieci chilometri da qui. “La nostra era più bella, più grande…” dice uno di loro.

 

E branchi di cani. “Sono molto pericolosi, attenti…”. Il vecchio ci mette in guardia. “…La fame. Lo shock delle esplosioni li hanno riportati allo stato selvatico. Sono diventati come belve. Aggrediscono gli uomini”. Belve.

 

Vauro Senesi
Il Fatto Quotidiano
27/12/2014