"Libro dell'acqua" & "Eddy-baby ti amo"

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LIBRO DELL'ACQUA di Eduard Limonov   - Alet 2004
 LIBRO DELL'ACQUA
 
di Eduard Limonov 
 
Recensione di Daniela Ranieri
 
 

                  

   Il latte complicato che ricopre il mondo

 

Chi ha letto il libro di Emmanuel Carrére su Eduard Limonov sarà in grado di ricostruire la cronologia e la toponomastica di questa «strana opera, in cui si affacciano ricordi geografici e coincidenze fatali».

     Libro dell’acqua è una biografia di Limonov scritta da Limonov stesso durante la sua detenzione nel carcere-fortezza di Lefortovo (uno degli otto libri che scriverà in ventisette mesi): scritta, però, non liricamente, sull’acqua, come il nome del poeta sepolto nell’elegante giardino el cimitero acattolico di Roma, ma intornoall’acqua, sui margini scivolosi degli appezzamenti acquei del totale 70% di cui è fatto il pianeta.

L’eccesso è per Limonov metodo e obiettivo: concentrazione bellica e dispendio erotico, negatività e incastro, sfondamento e sproporzione asimmetrica. Lo dice lui stesso nella Premessa: «lette le prime quaranta pagine del manoscritto, non vi ho trovato che guerra e donne. Mitra e sperma dentro i buchi delle femmine amate, ecco a cosa ammonta la mia ordinaria esistenza».

Come Pirgopolinice, il soldato fanfarone della commedia di Plauto, arrogante millantatore delle sue conquiste erotiche ma gabbato da schiavi e cortigiane, Limonov è costantemente immerso nel proprio orizzonte scenico, sempre al centro dei suoi pensieri che, ammette, la prigione concorre ad esasperare e a infiammare incontrollabilmente.

Giocando la parte della vittima d’amore stressa lo scandalo che pensa di suscitare nel lettore in un modo talmente sazio e indifferente che il lettore stesso non avverte lo scatto di quando dall’elogio del libertinismo nonostante l’infedeltà e la disonestà delle donne passa all’elogio della violenza («Lei voleva andarsene. L’ho picchiata.C’era il sangue perfino sulle tende. Perché così non si può») e della pedofilia.

Circondato, amato, deluso e tradito da «Bohémien, anarchici, alcolisti, omosessuali, lesbiche, spacciatori di droga, madri di famiglia e prostitute», Limonov ribadisce la sua idea di lotta di classe: «Ho notato che i popoli poveri si farebbero in quattro pur di vestirsi bene. Più un popolo è ricco, più se ne strafrega di com’è vestito».

Con le acque a fare da specchio al suo discorso tra lo sproloquio del folle e la logica del demiurgo, questo sfogo incessante si moltiplica e divide, come i pezzi di vetro di un caleidoscopio ad olio: l’acqua di cui parla Limonov non è la trasparente sostanza dell’attraversamento e della rifrazione, ma quella vischiosa e spessa dell’arresto e dello sprofondamento, grigia soluzione marina torbida non per condizione morale ma piuttosto per una vocazione amorale che la rende insensibile ai casi degli uomini tutti cioè, per Limonov, di sé stesso.

Stagno di Tjuren’ka, Mar Nero, Fiume Char’kov, Mar d’Azov, “Fontana a specchio”di Charkov, Bagno turco sulla via Maša Poryvaeva, Mar Nero, Danubio, Mar Mediterraneo, Tirreno (Ostia), Fontana di Trevi, Tevere, Oceano Atlantico, Fontana di Washington Square, Oceano Pacifico, Venice Beach, Tamigi…

L’istinto maniacale del fondatore del partito nazionalbolscevista(simbolo: falce e martello coi colori della svastica), odiatore seriale anche quando l’odiato è uno solo (Putin, il putinismo), nostalgico delnazionalsocialismo («Quando vai in treno dalla Francia all’Olanda smetti di provare qualunque ammirazione per le imprese dellaWehrmacht: è tutto così piccolo»), di Mussolini, di Stalin e delleBrigate Rosse, è accresciuto dal vortice ribollente della sua vita, come i boati delle cascate vicino alle grotte paurose dei miti, come il grido di un sacrificio nell’aerea sacra di Siracusa, nei pressi dell’orecchio di Dionisio il tiranno.

L’acqua è specchio e maleficio, e spettatrice indifferente e perciò complice dei suoi contro-tradimenti: «Ero stato io ad andarmene, per fiondarmi nei buchi neri delle guerre e delle rivoluzioni. Non potevo resistervi, tanta era l’attrazione, tale la seduzione. Io ero nato per le guerre e le rivoluzioni, ma non ce n’erano, e solo all’età di quarantotto anni mi sono lanciato a precipizio, con un sorriso di gioia, nel loro vortice ardente e di morte.

Nataša invece non aveva che il buco delle femmine. E il massimo che sapeva fare era concederne l’uso a destra e a manca». Le femmine, alcune episodiche, altre nervosamente amate per una sorta di riscatto o di giustizia, entrano e escono dall’acqua, e Limonov le guarda dalla spiaggia, in alto, mentre «i gas di scarico, l’asfalto bollente, i corpi incandescenti di molte migliaia di automobili si avvertono anche in basso, sulla riva del mare».

L’acqua non corre mai il rischio di essere alveo dell’incanto misterioso («il mare durante e dopo una tempesta odora come una botte di cetrioli») o materno, emanazione del femminile («E il Volga dondolava con il suo corpo grande e capiente di donnone acqueo flaccido, debordando contro la sua alcova fangosa»): è piuttosto sfida e prova, ambiente ruvido di iniziazione virile e coazione: «Io già nel 1972 avevo giurato di bagnarmi in tutte le acque che mi sarei trovato davanti».

Il talento puro, senza scuole, di Limonov, intesse una prosa a strattoni («Per fare il bagno era troppo freddo. Perciò mi sono tolto le scarpe, mi sono arrotolato i pantaloni fino alle ginocchia e così com’ero, con il mitra e la pistola alla cintola, con il cappotto militare dalla fodera staccabile sono entrato nell’Adriatico fino alle ginocchia,sposandomici alla maniera di un doge veneziano»), la cui grazia improvvisa produce una specie di piacere colpevole: ti trovi a godere della frase «L’acqua era fresca come latte appena munto», mentre lui medita il colpo di Stato violento o la rivolta risolutiva, insieme ai suoi inattuali compagni reclusi a Mosca in un sottoscala umido pieno di blatte e di poster di Stalin.

L’autobiografia conferma l’essere Limonov una creatura al di là del bene e del male comuni, sempre alla ricerca di una moralità inedita e personale: «Il caldo, putrido vento industriale del Mar Bianco odorava di acido solforico. Plaghe molli, vapori, macchie umide, alberi bassi senza foglie e steppose distese nere di erbe grigie, alte e marce. Mi ha assalito un desiderio di ascetismo profondo, di gelido, apostolico rigore morale».

Intanto la sporcizia, la povertà, la malsanità dei luoghi fisici e mentali frequentati da Limonov producono nel loro elenco stordente quel miracolo che Carrére è riuscito a rendere, seppure di seconda mano: la grazia e la nausea, l’abbandono e il mal di mare, e quella specie di languore sensuale – a ben vedere una forma molto complessa e politica di pietas – per il concentrato di umanità in Limonov a cui nessuno di noi può dirsi estraneo.

                                                                                                   Daniela Ranieri
 
 
 
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Libro dell'acqua  - di Eduard Limonov 
traduzione di M. Caramitti, ALET, Padova 2004
               
 
                 
         Sesso vodka & Kalashnikov.

Autobiografia acronologica e asincrona di un eccessivo, debordante, egocentrico, narcisista.
Disgustoso quanto basta, poetico quando meno te lo aspetti, misogino nove volte su dieci quando parla delle donne, tecnicamente pedofilo (a cinquantacinque anni ha una relazione con una sedicenne che, sottolinea più volte, non dimostra più di undici-tredici anni), romantico in controtendenza quando il suo sguardo spazia sulle rovine geopolitiche dell'ex Unione Sovietica - La Russia non doveva lasciarla andar via questa terra [il Tagikistan], doveva tenersela stretta, non fosse altro per un fatto estetico. Anche solo perché qui nei laghi vivono pesci del genere e cresce il melograno, frutto complicato, come celle d'alveare serrate a pugno, piene di pungente sangue rosso. - ignorante che indigna con i suoi commenti sulla storia di Roma o sulla Fontana di Trevi (che definisce (…) niente di speciale. Una costruzione acquosa, vischiosa, ossidata.) o sugli italiani (che accusa di lavarsi troppo poco, al pari dei francesi!), ma che dimostra di conoscere la storia antica meglio di quanto potrebbe sembrare e che si commuove e riflette di fronte alla gelida imponenza della Piazza della Libertà e della fontana a specchio di Char'kov, Ucraina (Una piazza infatti è un grande luogo vuoto, come può essere un simbolo?) o allo stagno maleodorante e infestato dagli insetti di Tjuren'ka nel quale si tuffava quand'era poco più che bambino.

Il pretesto narrativo, il filo conduttore, per Limonov che nel 2001 scrive dal carcere-fortezza di Lefortovo a San Pietroburgo, dove è stato rinchiuso in seguito a una condanna a quattro anni con l'accusa di terrorismo (ne sconterà solamente due durante i quali scriverà ben otto libri della sua impressionante produzione letteraria), è l'acqua: che sia di mare, di fiume, delle fontane, o degli aryk (cioè i canali), di laghi stagni e paludi, o dei bagni turchi siberiani o dell'Altaj o persino del carcere, o semplicemente pioggia, poco importa, tutto concorre a evocare un ricordo, a permettere al dissidente e oggi oppositore di Putin (ma anche amico di Arkan ai tempi della guerra dell'ex Jugoslavia), esule a Parigi New York e persino a Ostia nei primi anni Settanta, di raccontarsi, di autoincensarsi, di esaltare se stesso e il Partito Nazional-Bolscevico del quale è fondatore e massimo rappresentante, di rammentarci continuamente le sue doti di poeta e letterato, di giornalista e politico combattente e perseguitato (è in carcere a causa di alcuni artcoli pubblicati su Limonka, il suo giornale), dei rischi e delle avventure che continuamente ha corso nella sua esistenza vissuta in bilico fra la figura di soldato - Mi piacciono i soldati. Non ne ho mai fatto mistero. Io stesso sono per metà rivoluzionario e per metà guerriero. - e quella di bohémien.

Quanto alla sua scrittura e alle sue qualità artistiche, reali o presunte (certo è che qualcuno in Francia piuttosto che negli Stati Uniti lo ha sempre pubblicato e ha dato spazio alla sua voce riconoscendogli lo status di artista) ci ricorda Wikipedia.org che quando nel 1990 ebbe inizio la sua collaborazione con i giornali di lingua inglese a Mosca "Living Here" e "The eXile", Limonov chiese ai redattori di preservare il suo "terrible Russian English style", accorgimento che, l'editore italiano ci conferma, è stato adottato anche per la traduzione in italiano.

Non so bene per quale motivo, ma a un certo punto leggendolo ho pensato a Bukowski, a quel poco che ho letto di Bukowski, e poi ieri, a lettura conclusa, ho trovato questo articolo -http://www.laprivatarepubblica.com/co... - nel quale Limonov brevemente si racconta (ancora una volta, ma in maniera decisamente più organica) e fa cenno proprio alle accuse di plagio nei confronti di Bukowski che gli sono state fatte e al suo incontro con Lou Reed, e mi viene da pensare che non è del tutto sbagliato credere che Limonov abbia assorbito e voluto riproporre, alla sua maniera, quella figura di poeta maledetto che unita agli ambienti punk e di avanguardia letteraria frequentati a New York a metà degli anni Settanta, alla figura dell'esiliato povero e perseguitato, e a quella del combattente spregiudicato, hanno generato la sua grezza poetica, l'istintualità programmata del narcisista e dell'autore che abbiamo davanti ai nostri occhi. 

Ecco, penso che tutti questi, uniti alla possibilità di guardare da un punto di vista inusuale una fetta di Storia che ci è contemporanea ma estranea e molto vicina quanto lontana, siano motivi per decidere di leggerlo, ma anche, naturalmente, gli stessi validi motivi per scegliere di fare l'esatto contrario.
Per quanto mi riguarda, per mettere un po' di ordine, leggerò anche "Limonov" di Emmanuel Carrère.

Circa due terzi della città erano annoverati tra gli edifici di particolare rilievo artistico: case di legno, grigie e nere per il tempo. Fazzoletti, pellicce, colbacchi: tutto come in un museo. E soprattutto questo concentrato di antichità sotto un cielo blu scuro diurno, denso come colla. La temperatura era -32 gradi. 
Siamo in Siberia, e le mie sono tre stelline molto abbondanti, grezze ma pur sempre stelline.
 
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Eddy-baby ti amo
 
traduzione di M. Falcucci, Salani Editore, Milano 2005;
E.V. Limonov
 
 
Libro dell’acqua
 
traduzione di M. Caramitti, ALET, Padova 2004
 
 
 
(Recensione di Marina Sorina)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 482-485
 
 
 
     
 Avventure, amicizie e amori di un eterno adolescente: Eduard Limonov 
 
 
 
Da quest’anno ( scritto nel 2005 ) possiamo finalmente affermare che Eduard Limonov non è più uno sconosciuto in Italia. Decenni di ritardo sono stati recuperati nel giro di pochi anni. Della sua esistenza si sono accorti prima i giornalisti, che hanno dedicato vari articoli alle sue attività politiche, e ora anche l’editoria. Siamo ancora ben lontani dal poter leggere in italiano tutta l’opera di Limonov, che include decine di romanzi e centinaia di racconti, eppure i tre libri presenti sul mercato nazionale rappresentano bene i diversi periodi della sua cospicua produzione.
 
Il primo dei tre romanzi che hanno segnato la scoperta dell’autore russo, Diario di un fallito, è stato recensito da Milly Berrone (eSamizdat 2004, 2, pp. 297-299), pertanto ci soffermiamo sui due libri restanti.
 
L’ultimo a essere pubblicato in Italia e il primo dei due libri a essere scritto è composto in un periodo di relativa calma, quando Limonov, già affermatosi come scrittore grazie al successo non facile di Eto ja, Edička, [Sono io, Edička, 1976], si trasferisce in Francia e rivolge lo sguardo al suo passato remoto.
 
Nell’arco degli anni Ottanta crea una trilogia che descrive passo-passo la cronistoria della sua crescita, seguendo la tradizionale tripartizione tolstoiana: dell’adolescenza sceglie due giorni, il 7 e 8 novembre del 1958 (Podrostok Savenko [L’adolescente Savenko, 1983]), della gioventù un mese, l’agosto del 1967 (Molodoj negodiaj [Un giovane farabutto, 1986]), mentre l’infanzia dura di più e include gli anni dal 1947 al 1950 (U nas byla velikaja epocha, [Abbiamo avuto una grande epoca, 1988]).
 
In questi libri, parlando di sé, dei suoi amici, della città di Char’kov e in particolare della vita di quartiere, Limonov crea un affresco ricco di dettagli, d’informazioni, d’annotazioni quasi antropologiche, che fissano su carta i modi di dire, i soprannomi, i vestiti e le pietanze che si consumavano in quegli anni in quell’angolo di Unione sovietica.
 
Come afferma l’autore, “nei libri di questa trilogia è importante non tanto il protagonista stesso quanto il suo ambiente, il tempo, l’epoca”. Della trilogia possiamo ora leggere in italiano la parte dedicata all’adolescenza, tradotta da Matteo Falcucci per i tipi di Salani Editore con il titolo trasformato in Eddy-baby ti amo.
 
L’intera azione del libro si svolge nel giro di due giornate particolarmente intense, ma grazie alle continue digressioni e alla precisione realistica delle descrizioni ci restituisce una vivida e completa immagine della vita quotidiana di un sobborgo operaio come lo era, ed è ancora oggi, Saltovka.
 
    A distanza di trentacinque anni dagli eventi narrati, l’autore s’immedesima con se stesso quindicenne, un ragazzino che, per magia, acquista la capacità di parlarci, superando la distanza spazio-temporale, confidandoci tutti i suoi problemi.
 
Primo su tutti: la mancanza di denaro che serve per portare a una festicciola la sua ragazza del momento. Questo è in realtà l’unico movente del protagonista, ma la ricerca del denaro presuppone sottili conversazioni diplomatiche con gli amici più abbienti, furti immaginati o realizzati, un amaro rancore verso i genitori, e infine un’improvvisata partecipazione a un concorso di poesia in piazza.
 
Strada facendo, spostandosi da un punto vendita di alcolici all’altro, il ragazzino-narratore ci presenta i personaggi che incontra: nel loro mondo, le amicizie nascono dalle risse, dalle fughe, dai furti, per poi forgiarsi nella comune resistenza ai poliziotti e alla massa grigia degli operai, soprannominati “la tribù dei caproni”, a cui i giovani teppisti cercano di non assomigliare.
 
Per distinguersi basta indossare un giubbotto giallo o passare una notte in gattabuia. In questo mondo saldamente gerarchico, dove ogni casa, ogni strada, ogni quartiere, sono rigidamente marcati, diventa ribellione anche il semplice atto di spostarsi dai quartieri di periferia in centro, e bastano poche fermate di tram per approdare in un mondo totalmente diverso.
 
Il mondo del dopoguerra sovietico, apparentemente basato sull’uguaglianza, è attraversato invece da una rete invisibile di demarcazioni sociali, che lega le persone e coordina l’interazione fra i gruppi.
    Il merito di Limonov sta proprio nel saper cogliere e riprodurre questo spirito.
 
Scopriamo, ad esempio, che i ragazzi di Saltovka sono figli di operai, che il loro futuro è quello di sgobbare in fabbrica per pochi soldi e abitare in baracche condivise, mentre i loro coetanei che vivono al di là dello stagno sono figli di contadini che guadagnano bene coltivando gli ortaggi da vendere al mercato e hanno una casa con giardino. I due gruppi si rispettano, ma si tengono a distanza, mentre i ragazzi di due quartieri proletari ugualmente disagiati, Tjurenka e Ivanovka, mal si sopportano. Nel creare queste frontiere invisibili sono tanti i fattori che contano: l’etnia, l’estrazione sociale, l’alloggio occupato, la marca di sigarette fumate.
 
Ogni zona ha le proprie regole, i propri codici di comportamento, il proprio linguaggio. In traduzione è pressoché impossibile riprodurre questo slang, questo misto colorito e particolare di russo e ucraino, che già nei quartieri centrali della città non sarebbe compreso.
 
  Se Pasolini, da buon lungimirante, completava i suoi romanzi sui ragazzi di strada con un vocabolarietto dello slang romano, Limonov sceglie di spiegare l’origine e il significato di alcune parole gergali direttamente nel testo, in linea con il suo ruolo di guida, sempre pronta a spiegarci che cosa si nasconde dietro i singoli elementi della realtà riprodotta (siano essi oggetti, persone o modi di dire).
 
Se i quartieri confinanti sono percepiti come nemici o neutrali, tutti gli spazi esterni (sia i quartieri centrali, “puliti” della città, che le zone “comuni”, come la stazione centrale o il teatro) sono mitizzati, al pari delle città lontane come Vladivostok o Tallinn. Un ucraino che viene dal centro non è percepito come un uomo di Saltovka, così come non sono percepiti come uomini gli azeri che trafficano al mercato rionale.
 
Saltovka è in sostanza un villaggio inglobato dalla città in rapida espansione, e del villaggio conserva la visione comunitaria del mondo, basata sulla dicotomia noi/loro.
 
A questo strato arcaico si sovrappone nel romanzo lo sguardo di un bambino solitario, perso fra libri e mappe, un bambino tenace che ricopia a mano i resoconti delle esplorazioni esotiche, sognando di evadere da quel mondo. Questi sogni sembrano futili a lui stesso, quando, all’età di undici anni, viene preso a botte da un coetaneo, ma, in futuro, i suoi compagni di classe rimarranno ad abitare a Saltovka, al massimo trasferendosi dalle baracche di compensato ai palazzoni di cemento, mentre il nostro autore ne farà di strada...
 
  Ancora oggi al mercatino di libri usati di Char’kov si trova qualche personaggio che afferma di aver conosciuto Edička, di aver bevuto e vissuto a suo fianco; e intanto ha tra le mani uno degli ultimi bestseller di Limonov e cerca di vendervelo a caro prezzo.
 
Questa duplicità di rozzezza e lirismo, dovuta all’essere “occhialuto” e “deboluccio” in mezzo a teppisti con il pugno o il coltello sempre pronto, lascia un segno su tutta la produzione migliore di Limonov, che risulta convincente proprio perché non è mai solo brutale: per quanto tenti di mettere la violenza al centro del testo, l’autore non può infatti fare a meno dei brani lirici.
 
Così, in Eddy-baby troviamo ad esempio la descrizione di una festa di Pasqua passata a casa di un amico, un ricordo solare e felice di ospitalità contadina e di interazione con degli sconosciuti. Con loro si mangia, si beve, si balla senza pudori, e la descrizione di questa allegria richiama alla memoria la famosa danza di Nataša in Guerra e pace. Poco dopo segue però una brutalissima descrizione di violenza di gruppo, a cui lo stesso Eddy partecipa con entusiasmo.
 
Il lettore, cullato dalla successione abbastanza omogenea di bevute, ricordi d’infanzia, arrabbiature con gli adulti e cotte per le coetanee, resta colpito da questa improvvisa esplosione violenta, dove le persone vengono ridotte in brandelli di carne tiepida per il capriccio di un capobanda assettato di avventure. Il passaggio potrebbe essere interpretato come un espediente inserito da Limonov per scioccare il lettore, se non fosse probabile che tali situazioni avvenissero davvero in quella città. I racconti di combattimenti a sangue fra quartieri rivali appartengono infatti alla memoria storica di chi è stato giovane a Char’kov fino almeno agli anni Sessanta. Nel non escludere dalla narrazione questo episodio l’autore resta dunque fedele all’obbligo di cronista oggettivo che si è assunto.
 
 
 
   Il Libro dell’acqua, tradotto da Mario Caramitti per Alet Edizioni, appartiene a un periodo completamente diverso dell’opera dell’autore.
 
 Limonov si trova in prigione, come detenuto comune, ma con carta e penna in pugno. I suoi sostenitori sono fuori attendendo di ricevere una nuova porzione di manoscritto e gli editori sono pronti a pubblicare tutto quello che produrrà.
 
Limonov coglie l’occasione di questa tregua per riordinare la propria memoria, ovvero gli aspetti che fino a quel momento non erano stati sfruttati. Come sempre, Limonov trova una struttura e poi riempie le caselle: in questo caso, sceglie un tema (l’acqua in tutte le sue forme) e sforna il Libro dell’acqua.
 
Pozze, saune, piogge, laghi, fontane, fiumi, mari, oceani, offrono un vasto repertorio di storie nelle quali l’acqua a volte è solo un pretesto (“lo so che bisogna scrivere dell’Atlantico, ora ci arrivo”) per raccontare un aneddoto, una storia romantica o infame, per lodare o compromettere una persona, e, in ultima analisi, per fornire ulteriore materiale ai futuri studiosi della vita di Limonov. Non per caso spesso si rivolge al lettore con osservazioni che dovrebbero ricollegare un certo episodio narrato con un altro episodio menzionato nei suoi libri precedenti.
 
Privato della possibilità reale di spostarsi, Limonov viaggia ora con la mente, passando in rassegna città e continenti, da Char’kov a New York, dal Dnestr al Tevere, dal Mediterraneo al Pacifico.
 
L’autore non lascia le briglie alla fantasia: anche in questo caso lui ha solo vissuto, con l’impegno di farlo sempre intensamente, e ora il semplice racconto dei suoi trascorsi basta per catturare l’attenzione del lettore. Non a caso la casa editrice ha inserito il libro nella collana autografie e nella copertina fa un uso massiccio di immagini d’archivio e dei volantini del partito, che fanno pensare a un strampalato album di famiglia. Peccato che fra la “Preghiera del Nazionalbolscevico” e i brani tratti dalla scheda di lettura, l’editore si lasci sfuggire un errore grave nella biografia dell’autore, quando veniamo informati che Limonov sarebbe nato in Ucraina, mentre lui stesso nel libro dice che “grazie al cielo almeno non ci sono nato, a Char’kov”.
 
Sorprende anche la traduzione di uno degli slogan del Partito nazionalbolscevico, dove ублюдок [bastardo], diventa “puttana”, cambiando completamente il senso dello slogan. In ogni caso, non c’è dubbio che proprio per l’esuberanza di stimoli questa copertina piacerà a Limonov.
 
“Se vuoi fare l’eccentrico, bisogna andare fino in fondo”, dichiara infatti nel Libro dell’acqua. Una volta esaurito il repertorio delle eccentricità quotidiane (sesso, droga e crimini vari), Limonov arriva alla voglia di agire e influire direttamente sugli eventi tramite la politica.
 
Raccontandoci varie facezie del passato non perde l’occasione di menzionare il suo partito e di sfoggiare le amicizie con i potenti o presunti tali, si tratti di guerriglieri serbi o di nostalgici della Repubblica sovietica di Transdnestr.
 
La politica viene infilata nelle pieghe della narrazione come la pubblicità in una rivista rispettabile, annacquandone la densità; ma è così il Limonov degli ultimi decenni. Si porta pazienza, si saltano le pagine e si va a vedere dove lo porterà il suo cuore ribelle...
 
 
Eddy-baby ti amo descrive il punto di partenza di questo lungo tragitto,  Libro dell’acqua  ne traccia il seguito non lineare. Man mano che l’esperienza si accumula, l’elaborazione letteraria si assottiglia, per diventare infine quasi superflua.
 
Esaurita la memoria, Limonov s’immerge nelle acque del “qui e ora”, preferendo sempre più l’azione alla descrizione della stessa.
 
Ciò che lo mantiene nel novero degli scrittori contemporanei più prolifici sono l’inesauribile narcisismo e la necessità di guadagnarsi da vivere, ma il suo contributo alla storia della letteratura russa moderna è in ogni caso indiscutibile.
   E per il lettore italiano questo contributo è ancora tutto da scoprire e da gustare.
 
 
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 EDDY-BABY TI AMO  

 
 

  ("Memoir of a Russian Punk" in USA - "Autoportrait d'un bandit dans son adolescence" en France)

 
 
Camilla Baresani 
 
Il Sole 24 ore - Domenica  - marzo 2005
 
 

 La storia, autobiografica come tutte quelle narrate da Eduard Limonov, è tra il romanzo di formazione e l’educazione sentimentale.

Eddy-baby, quindicenne di un sobborgo di Char’kov, in Ucraina, ha bisogno di duecentocinquanta rubli per portare a una festa la ragazza di cui è innamorato: è il 7 novembre, anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, festa nazionale.

 

Siamo alla fine degli anni Cinquanta, in piena epoca chruščeviana. Il romanzo si svolge in due giorni, come in una sorta di conto alla rovescia durante il quale Eddy prova a procurarsi i soldi, con ogni mezzo: furto, truffa, richiesta di prestito, addirittura la partecipazione a una gara di poesia.

Intanto, però, in quelle due giornate ritmate dalle bevute smodate, dalle chiacchiere teppistiche, dalla voglia collettiva di menar le mani, di sfasciare e stuprare, scorrono sotto i nostri occhi il passato di Eddy e una serie interminabile di personaggi: altri adolescenti come lui alle prese con ogni genere di reato e infrazione, ragazzine un po’ vittime e un po’ complici, genitori degli uni e delle altre – contadini ricchi, operai, militari, casalinghe e prostitute –, trentenni criminali che già hanno alle spalle lunghi periodi di detenzione in carcere e nel Gulag siberiano della Kolyma.

 


Eddy-baby ti amo (il titolo originale, decisamente migliore, è "L’adolescente Savenko") è un romanzo sull’adolescenza e i suoi infiniti problemi, sulle avventure di un piccolo delinquente, sulle prime pulsioni erotiche e sentimentali e sul loro esito formativo.

Ma la storia di questo teppista che chiunque vorrebbe al riformatorio si relativizza, perché ambientata in una società totalitaria nella quale anche le forme più odiose di infrazione delle regole si caricano di valenze politiche, si ammantano e nobilitano con una patente di “dissidenza”.

 

Eduard Limonov, nom de plume di Eduard Savenko, autore di questo romanzo scritto negli anni Ottanta e finalmente pubblicato anche in Italia, è il più noto degli scrittori russi contemporanei – noto anche per motivi extraletterari: esule a New York e più tardi a Parigi, tornato in patria alla caduta del comunismo, finito in carcere per motivi legati alla sua attività politica (è il fondatore del grottesco partito nazionalbolscevico).

Limonov è una testa calda, un bastian contrario che ha vissuto cercando di costruire il mito di se stesso con un’ideologia confusa e bellicosa, fatta di rimpianti superomistici e imperialisti.

Interessantissimo, per gli appassionati delle vicissitudini storico letterarie dei paesi dell’est, è il quadro che emerge dalla lettura di queste pagine: l’alcolismo, le gerarchie della società sovietica e le frustrazioni delle classi sociali, le profonde differenze etniche (di chiunque si precisa sempre la provenienza e il relativo cliché – gli ebrei, i tartari, i georgiani, gli zingari...), i fenomeni sociali (per esempio gli stiliagi, giovani modaioli e cultori dei modelli occidentali – dunque anch’essi dissidenti). La lingua del romanzo è secca, e funzionale allo stile diretto del racconto.

 

Le prime venti pagine sono di lettura faticosa, per via dell’affollarsi di nomi e personaggi; ma vale la pena di sforzarsi e procedere: già a pagina 51 e nelle seguenti si trovano notazioni sociali e private (i proletari, il senso d’ingiustizia patito da un adolescente, la scoperta della miopia) di quelle che danno senso a un libro e al tempo che dedichiamo a leggerlo.

 

Per chi si appassionasse a quest’autore e al suo sguardo di sognatore astioso, segnalo altri due suoi famosi romanzi da poco tradotti in italiano: Diario di un fallito (Odradek edizioni), séguito newyorchese della vita di Eddy-baby, e Libro dell’acqua (Alet), un memoir scritto in carcere, nel 2002, che Limonov ritiene essere la più significativa delle sue opere.

                                                           Camilla Baresani - 2005

 


Eduard Limonov, Eddy-baby ti amo, Salani, euro 14, pagg. 314 

      

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